La Stampa cambia editore: la cessione a Leonardis e l’addio degli Agnelli al giornale di Torino
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Redazione Interno
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La firma sul contratto preliminare, quella che mercoledì ha sancito il passaggio de La Stampa dal gruppo Gedi, controllato da Exor, alla Sae di Alberto Leonardis, rappresenta molto più di una semplice operazione finanziaria. Si chiude, per usare un’espressione che in questi giorni molti hanno utilizzato, un capitolo lungo un secolo della storia industriale e civile italiana, e con esso si consuma il distacco definitivo della dinastia Agnelli-Elkann da quello che fu uno dei suoi principali simboli nel capoluogo piemontese, un legame che dal 1926 univa la fabbrica, la squadra di calcio e la testata giornalistica in un unico, inscindibile racconto di potere e territorio. L’acquirente, un imprenditore abruzzese con una solida esperienza nelle relazioni istituzionali maturata in grandi gruppi come Telecom Italia e Poste Italiane, si è fatto strada nell’editoria aggregando attorno a sé una rete di finanziatori locali, rilevando pezzi di quel mosaico di quotidiani di provincia che Gedi, negli ultimi anni, aveva progressivamente messo sul mercato.
La nuova proprietà, che opererà attraverso un veicolo societario di fresca costituzione nel quale è previsto l’ingresso di investitori legati al Nord Ovest, si troverà ora a dover gestire non solo la testata e le sue attività digitali, il centro stampa e la rete commerciale, ma anche il peso di una redazione che ha accolto la notizia con ferma opposizione, arrivando a fermare l’uscita del giornale di carta. Il comitato di redazione, che già nei giorni precedenti aveva proclamato lo sciopero, ha parlato di un’operazione condotta in assenza di garanzie chiare e vincolanti per i lavoratori, chiedendo con insistenza di conoscere i dettagli di un piano industriale che al momento appare avvolto nella nebbia, se si guarda alla gestione delle altre testate del gruppo Sae, come Il Tirreno di Livorno, dove le cronache raccontano di quattro cambi di direzione in quattro anni e di ipotesi di cassa integrazione.
Le perplessità dei sindacati e il precedente del Tirreno
Le prime reazioni, arrivate puntuali dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana e dall’Associazione Stampa Subalpina, sottolineano proprio questo punto: la necessità che l’editore dimostri, nei fatti e non a parole, la solidità economica e la chiarezza di intenti necessarie a preservare l’autorevolezza e l’indipendenza del quotidiano torinese. Ciò che emerge dalle valutazioni del sindacato, del resto, non è solo la preoccupazione per i livelli occupazionali, che rimane centrale, ma anche il timore che la testata possa subire un cambiamento di posizionamento editoriale, uno snaturamento della sua storia liberale e democratica, per assecondare logiche di riduzione dei costi e di profitto che poco hanno a che fare con il mestiere complesso e costoso del fare informazione. E mentre a Torino si contano i passaggi burocratici che porteranno al perfezionamento dell’affare, previsto entro il primo semestre del 2026, l’attenzione si sposta inevitabilmente sull’altra operazione che vede protagonista Gedi: la cessione de la Repubblica, su cui da mesi si registrano trattative avanzate con il gruppo greco Antenna, e che rappresenterebbe l’uscita definitiva della famiglia dagli investimenti editoriali di rilevanza nazionale.
La strategia di Exor e il nodo Juventus
Che il percorso di disimpegno fosse tracciato, del resto, lo si era capito da tempo, da quando cioè Exor aveva avviato una politica di alleggerimento del proprio portafoglio nel settore dei media per concentrarsi su investimenti ritenuti più strategici a livello globale. Resta ora da capire, ed è una domanda che molti osservatori si pongono, come si concili questa ritirata dal mondo dell’informazione con il perdurare del controllo su altri gioielli di famiglia, a partire dalla Juventus, altro simbolo potente del legame tra gli Agnelli e Torino, e della Ferrari, che però rappresenta un asset industriale e di immagine di natura del tutto differente, legato a logiche di mercato internazionali e a un brand il cui valore trascende qualsiasi confine territoriale. La sensazione, mentre gli ultimi pezzi dell’impero cartaceo vengono smantellati, è che a fare le spese di questo riassetto sia principalmente il legame con la città, quel rapporto simbiotico che aveva fatto de La Stampa, insieme alla Fiat, il megafono e al tempo stesso lo specchio di un’egemonia sociale e culturale destinata, con ogni probabilità, a rimanere un ricordo.
La posizione dei cronisti e le garanzie mancate
I giornalisti della Stampa, dal canto loro, hanno già fatto sapere che non lasceranno spazio a operazioni forzate di ridimensionamento, e che vigileranno perché lo spirito critico e l’approfondimento che hanno contraddistinto la loro storia non vengano sacrificati in nome di chissà quali progetti di efficienza aziendale. Le parole del sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, che in una nota inviata al Corriere Romagna ha voluto esprimere vicinanza ai lavoratori definendo il quotidiano un punto di riferimento autorevole per leggere i cambiamenti del paese, testimoniano quanto il valore di una testata come questa travalichi i confini locali per incarnare un pezzo di storia collettiva. L’incontro che per legge dovrà tenersi prima del perfezionamento della vendita sarà il primo banco di prova per valutare se le rassicurazioni verbali si tradurranno in impegni concreti su occupazione, organizzazione del lavoro e linea editoriale, in un confronto che si preannuncia tutt’altro che scontato.




