Il peso dei 765 milioni: perché Sony non molla la presa su Bungie nonostante il tonfo di Marathon
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Il colosso nipponico dell’elettronica, attraverso la sua divisione Game & Network Services che racchiude l’intero ecosistema PlayStation, ha ufficialmente preso atto di una svalutazione patrimoniale che farebbe tremare i polsi a qualsiasi azionista: poco più di 765 milioni di dollari bruciati in un colpo solo, e la responsabilità, stando ai documenti finanziari rilasciati nelle scorse ore, è quasi interamente ascrivibile alla controllata Bungie. Era il 2022 quando, in quella che sembrava una mossa a dir poco geniale per contrastare l’egemonia di Microsoft nel segmento dei live service, Sony decise di sborsare 3,6 miliardi per mettere le mani sullo studio di Seattle, lo stesso che aveva forgiato Halo e tenuto in vita Destiny 2 per quasi un decennio. A quattro anni di distanza, il giudizio degli analisti (e soprattutto dei numeri) è spietato: l’operazione non solo non ha prodotto i frutti sperati, ma rischia di trasformarsi in un buco nero per la redditività del brand.
La doppia svalutazione e l’illusione di *Destiny 2*
Non si tratta, va detto, di un’emorragia improvvisa. I report contabili dello scorso autunno avevano già evidenziato una prima svalutazione di circa 204 milioni di dollari, giustificata ufficialmente con le performance altalenanti di Destiny 2; il Titolo, infatti, ha subito un progressivo e inesorabile calo della base utenti, logorato da scelte di design controverse e dalla percezione – diffusa tra i veterani – che Bungie stesse dirottando tutte le risorse sul nuovo progetto, lasciando il vecchio sparatutto in una sorta di “mantenimento” a basso costo. Sony, però, aveva deciso di chiudere un occhio, confidando nella ripresa fissata per la finestra temporale di marzo 2026. L’evento chiave di quella ripresa era ovviamente Marathon, l’extraction shooter destinato a ridefinire il genere. Ma, complice un lancio che molti addetti ai lavori hanno definito “timido” nonostante una campagna marketing imponente, le copie vendute non hanno mai raggiunto la massa critica necessaria a giustificare un investimento stimato in oltre 250 milioni di dollari.
Marathon, un’identità forte che non paga in cassa
L’aspetto paradossale, e che complica ulteriormente la narrazione, è che Marathon non è tecnicamente un brutto gioco. Anzi, come riportato da diverse testate specializzate, chi ha speso decine di ore sui suoi campi di battaglia ne è uscito con un senso di “ammirazione” per la coerenza stilistica e la ferocia meccanica dello studio; non è uno shooter “per tutti”, né tantomeno un prodotto rifinito per accontentare le masse, ma trasuda un’identità spietata che in questa epoca di produzioni anonime è merce rara. Il problema, per gli azionisti di Sony, è che l’identità non è un parametro che compare alla voce “profitti”. Dai dati diffusi relativamente alla piattaforma Steam, il quadro è impietoso: Marathon ha mantenuto un picco di giocatori simultanei oscillante tra gli 8mila e i 15mila utenti, una cifra ridicola se rapportata ai competitor del genere o, più semplicemente, alle aspettative di un titolo che doveva trainare l’intero trimestre fiscale. Su console Xbox, la situazione non appare più rosea, con il gioco che è letteralmente scivolato fuori dalla top 100 dei titoli più giocati.
La reazione di Sony: nessuna scure (almeno per ora)
Nonostante il colpo contabile sia stato durissimo – con una perdita aggiuntiva di 565 milioni di dollari registrata soltanto negli ultimi tre mesi dell’anno fiscale – la reazione del management giapponese non è stata quella di chi vuole affondare il coltello nella piaga. Al contrario, le dichiarazioni ufficiali (e i piani strategici) suggeriscono che la scure non scenderà su Marathon, almeno non nel breve periodo. La società cerca disperatamente di guardare avanti, e lo fa continuando a puntare proprio su questo extraction shooter come cavallo di battaglia per il prossimo futuro. Perché? La risposta è cinica ma razionale: Marathon rappresenta al momento l’unico titolo di punta del parco giochi di Bungie; Destiny 2 è in una fase calante e non sembra in grado di sostenere da solo i costi strutturali mastodontici dello studio. Abbattere Marathon oggi significherebbe ammettere il fallimento totale dell’acquisizione, ammortizzando una perdita secca di quasi un miliardo senza alcuna prospettiva di recupero.
Le prospettive a breve e il paradosso della crescita
Emerge quindi un quadro paradossale in cui Sony, pur avendo subito un ammanco di liquidità virtuale spaventoso, si trova costretta a investire ulteriori risorse per tentare di “raddrizzare la barra” di Marathon. Bungie, dal canto suo, ha già messo in campo aggiornamenti sostanziali e una roadmap di contenuti post-lancio pensata per arginare l’emorragia di utenti; si parla di eventi stagionali e di una maggiore integrazione con le meccaniche social per invogliare i giocatori a tornare. Nel frattempo, a livello di gruppo, l’indotto di PlayStation sembra reggere grazie ad altre voci di costo (e di ricavo), nonostante il mercato segnali una flessione nelle vendite di hardware dovuta a una politica dei prezzi sempre più rigida e a una crisi dei componenti che non accenna a risolversi. Per i fan di lunga data di Bungie, la sensazione è quella di un déjà-vu: uno studio abituato a navigare in acque tempestose che prova a tirare fuori gli artigli, con un editore che, pur mordendosi le mani per l’affare andato male, non può permettersi di mollare la presa.




