Guillermo del Toro presenta a Venezia il suo "Frankenstein", sogno di una vita

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Era un’ossessione che lo accompagnava dall’infanzia, un’idea fissa che ha covato per decenni prima di trovare il modo e i mezzi per realizzarla. Finalmente, Guillermo del Toro ha portato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia la sua personale, e attesissima, versione di “Frankenstein”, un progetto monumentale che definisce, senza mezzi termini, «più di un sogno, quasi una religione». Il regista messicano, la cui filmografia è costellata di creature mostruose e narrative gotiche, ha infatti confessato di aver cercato per oltre trent’anni la strada giusta per affrontare il capolavoro di Mary Shelley, un’opera che lo ha segnato profondamente.

La scintilla, come ha raccontato in laguna, scoccò quando aveva appena sette anni, di fronte al film di James Whale con Boris Karloff. «Sono stato cresciuto da cattolico fervente», ha spiegato del Toro, «e quando ho visto Boris Karloff sullo schermo mi è sembrato di vedere il Messia. Non credevo al Messia finché non l'ho visto». Quell’incontro fu così potente da trasformarsi in un’ossessione creativa che lo ha accompagnato per tutta la vita, al punto da considerare il libro della Shelley alla stregua di una sua Bibbia personale, un testo fondativo da cui è impossibile prescindere.

Grazie all’intervento di Netflix, che ha prodotto l’opera, il sogno si è materializzato in un film di 149 minuti. A vestire i panni dello scienziato brillante ma profondamente tormentato Victor Frankenstein è Oscar Isaac, mentre la Creatura, la cui stessa esistenza solleva interrogativi radicali sull’essenza dell’umanità e sulla natura della mostruosità, è affidata a Jacob Elordi. Il regista descrive il suo lavoro come un «melodramma», un’opera che intende celebrare la forza dell’amore e la bellezza dell’imperfezione in un’epoca storica buia, segnata da guerre e odio.

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