Il porto strategico di Primorsk in fiamme, la Nato tira la cinghia: l’Europa ha recepito il messaggio
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Redazione Esteri
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Era notte fonda quando i droni, una flotta silenziosa e impietosa, hanno rotto l’oscurità sul golfo di Finlandia. Nel mirino, questa volta, non c’era un deposito di munizioni nel Donbass, ma il cuore pulsante dell’export energetico russo: il porto di Primorsk, sul Mar Baltico. L’attacco, condotto dalle forze di Kiev nella giornata di domenica, ha centrato in pieno tre petroliere – riducendole a relitti fumanti, stando alle prime ricostruzioni – e provocato un vasto incendio nello scalo. Le fiamme, secondo quanto riferito dal governatore locale Alexander Drozdenko, sarebbero state domate in tempi rapidi, così come sarebbe stato scongiurato il disastro ecologico legato a una fuoriuscita di greggio; un danno, quello inferto al terminal, che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito “significativo” per la macchina bellica del Cremlino.
Non è la prima volta che Primorsk, capace di smistare un milione di barili al giorno, viene presa di mira, ma la portata di quest’ultima offensiva segna un’escalation nella capacità di proiezione ucraina, capace oggi di bucare le difese del distretto nord-occidentale di Leningrado nonostante l’abbattimento di oltre sessanta velivoli senza pilota segnalato dalle autorità russe. L’operazione, che ha visto il coinvolgimento anche di unità navali avversarie colpite nelle acque di Novorossijsk, dimostra come il conflitto si sposti sempre più su un fronte liquido, quello logistico ed energetico, dove ogni colpo incassato dalle raffinerie o dai mercantili fa salire la pressione sul mercato globale. A Mosca, il portavoce del Cremlino ha già avvertito che i prezzi del petrolio, già alle stelle, potrebbero subire ulteriori impennate se questi attacchi dovessero intensificarsi; un’ammissione, questa, che fotografa la vulnerabilità di un’economia di guerra troppo dipendente dalle esportazioni via mare.
Il vertice di Yerevan e l’ombra lunga di Washington
Mentre le esplosioni illuminavano il Baltico, in Armenia si teneva un altro tipo di scontro, diplomatico stavolta, ma non meno duro. I leader della Comunità Politica Europea, riuniti a Yerevan, hanno dovuto fare i conti con un ospite ingombrante assente: Donald Trump. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, non ha usato giri di parole nel descrivere lo stato d’animo che trapela oltreoceano, parlando esplicitamente di “delusione” da parte degli Stati Uniti nei confronti dei partner europei. Una delusione, ha spiegato Rutte, legata alla gestione delle crisi internazionali e alla percezione, tutta americana, che il Vecchio Continente non stia facendo abbastanza per la propria sicurezza nonostante i venti di guerra soffino sempre più forti ai confini orientali.
Tuttavia, in quella che suona più come un’ammissione che come una critica, il vertice della Nato ha voluto sottolineare come il “messaggio” sia comunque stato recepito. “Gli europei hanno ascoltato”, ha detto Rutte, riferendosi ai piani per incrementare le spese militari e alla attuazione degli accordi bilaterali per la gestione delle basi. Un’uscita, la sua, che riflette un clima politico teso: la recente decisione di ridurre il contingente americano in Germania – una scelta maturata dopo le bordate del cancelliere Friedrich Merz – è stata letta come un chiaro segnale di insofferenza da parte dell’amministrazione Trump. Merz, dal canto suo, ha confermato la mancata fornitura dei missili Tomahawk, un silenzio che pesa come una pietra miliare nelle relazioni transatlantiche e che costringe l’Europa a rivedere le proprie ambizioni di deterrenza senza l’ombrello protettivo degli Stati Uniti.
La svolta del canale: “4 di sera” torna a parlare di guerra e giustizia
Una finestra sulla percezione interna di queste dinamiche arriva dal mondo dell’informazione televisiva, dove il programma “4 di sera” ha dedicato una puntata ai grandi temi del momento. Dopo aver analizzato l’impatto dell’attentato a Trump – un evento che, sebbene ormai lontano nel calendario elettorale, continua a influenzare la retorica dello schieramento repubblicano – il talk si è spostato sul fronte ucraino per contestualizzare l’attacco al porto di Primorsk. Interessante notare come i dibattiti in studio e i servizi abbiano messo in relazione l’escalation militare con le polemiche interne italiane, come quelle seguite ai cortei del 25 aprile, e con le frizioni diplomatiche in ambito sanitario tra Italia e Svizzera (legate ai feriti di Crans Montana).
La puntata, che ha riservato ampio spazio anche agli sviluppi del caso Garlasco, dimostra come l’opinione pubblica italiana venga ormai chiamata a districarsi tra micro e macro tensioni geopolitiche; da un lato la ferita mai rimarginata della cronaca nera nazionale, dall’altro lo scontro tra superpotenze per il controllo delle rotte energetiche, dove anche un’infrastruttura lontana come quella di Primorsk può improvvisamente finire al centro del telegiornale della sera. A legare questi mondi apparentemente distanti è la percezione di una giustizia – giudiziaria o militare che sia – che procede a singhiozzo, fatta di colpi mediatici e di lunghe attese.
L’asse in movimento: l’Europa riorganizza le sue difese
Tornando al quadro strategico, l’attacco di droni non è stato solo un’azione militare, ma un acceleratore politico. L’Ucraina ha dimostrato di possedere una “capacità a lungo raggio” che, come promesso da Zelensky, continuerà a essere sviluppata “in modo completo – in mare, in aria e sulla terra”. Una dichiarazione che non lascia spazio a interpretazioni: Kiev intende portare la guerra dentro casa al nemico, colpendo dove fa più male, ovvero le arterie finanziarie del Cremlino. E questo accade proprio nel momento in cui l’alleanza atlantica cerca di rimodellarsi.
La presenza, per la prima volta, del primo ministro canadese al vertice della Comunità Politica Europea simboleggia infatti una riconfigurazione degli equilibri. Con gli Stati Uniti sempre più incerti (nonostante la presidenza Trump sia ormai consolidata da oltre un anno), Canada ed Europa cercano di stringere una “alleanza di ripiego” per garantire la stabilità delle rotte commerciali alternative a quelle del Baltico e del Mar Nero. La lezione, per il Vecchio Continente, è amara ma chiara: l’era della delega strategica a Washington è finita; la difesa dei mercantili nel Baltico e la ricostruzione delle riserve energetiche dovranno passare sempre più attraverso una autonomia decisionale che, fino a ieri, sembrava un lusso e che oggi è diventata una necessità imposta dagli eventi.




