Il conducente del tram 9 indagato per disastro ferroviario: acquisiti documenti nella sede Atm

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il quadro delle responsabilità per la strage di venerdì scorso, quando un tram della linea 9 è deragliato in viale Vittorio Veneto per poi schiantarsi contro un palazzo, si arricchisce di un nuovo, pesante capitolo giudiziario. La Procura di Milano, che aveva già aperto un fascicolo per omicidio colposo e lesioni, ha infatti iscritto nel registro degli indagati il conducente del mezzo, un sessantenne con oltre trentacinque anni di servizio alle spalle, contestandogli anche l’ipotesi di disastro ferroviario. L’atto formale, che rappresenta un passaggio dovuto per consentire lo svolgimento di accertamenti tecnici irripetibili, è scattato a seguito della relazione inviata in mattinata dalla Polizia locale, gettando una luce ancora più sinistra su una dinamica che appare, agli occhi degli inquirenti, sempre meno riconducibile a una fatalità incontrollabile. L’uomo, assistito dai legali, si trova ora al centro di un’indagine che dovrà chiarire non solo le sue condizioni psico-fisiche al momento del sinistro, ma anche il funzionamento – o il mancato funzionamento – dei sistemi di sicurezza di bordo.

Le carte e i tabulati: la scientifica passa al setaccio la memoria del tram e i contatti del conducente

Nelle prime ore di lunedì, mentre la città ancora faceva i conti con la tragedia che ha spezzato la vita di due passeggeri, Ferdinando Favia e Karim Tourè, e ferito una cinquantina di persone, gli agenti della polizia locale si sono presentati nella sede centrale di Atm, in via Monte Rosa. Un’operazione meticolosa, quella coordinata dalla pm Elisa Calenducci sotto la direzione del procuratore Marcello Viola, finalizzata a mettere le mani su ogni documento, registrazione o dato tecnico che possa aiutare a ricostruire gli istanti precedenti il deragliamento. Gli investigatori hanno acquisito le comunicazioni radio intercorse tra il conducente e la sala operativa, un flusso di informazioni che potrebbe rivelare anomalie o segnali d’allarme ignorati, e hanno sequestrato i tabulati telefonici del sessantenne, al fine di verificare l’assoluta esclusione di qualunque fonte di distrazione, come l’uso del cellulare, nei frangenti cruciali della corsa. L’analisi si concentrerà, inoltre, sulla cosiddetta “scatola nera” del tram e sulle immagini delle telecamere interne, elementi questi che potranno fornire una cronologia precisa degli eventi e del comportamento dell’uomo alla guida.

Il malore, il dito rotto e il sistema dell'”uomo morto”: le contraddizioni da chiarire

Al centro della ricostruzione investigativa resta, inevitabilmente, la versione fornita dallo stesso conducente, il quale ha riferito di aver accusato un malore, una sincope che lo avrebbe portato a perdere conoscenza, impedendogli di azionare lo scambio che avrebbe dovuto mantenere il tram sul percorso rettilineo di viale Vittorio Veneto. Un dettaglio inquietante, quello dello svenimento, che il sessantenne avrebbe ricondotto a un trauma accidentale al piede sinistro, un dolore aumentato progressivamente fino a fargli mancare i sensi. Una spiegazione che, però, dovrà confrontarsi con i rilievi della scientifica e, soprattutto, con il funzionamento del dispositivo di sicurezza noto come “uomo morto”. Si tratta di un meccanismo, presente sui nuovi modelli Tramlink come quello coinvolto, che richiede al conducente di premere un pulsante a cadenza regolare – ogni cinque secondi circa – per dimostrare la propria vigilanza; in assenza di questa pressione, il sistema dovrebbe automaticamente azionare i freni e arrestare il convoglio. I periti dovranno stabilire se il malore sia stato così improvviso e devastante da rendere inefficace quel margine di sicurezza, o se invece vi siano stati ritardi o anomalie nel suo intervento, un aspetto quest’ultimo che potrebbe spostare parte del baricentro delle responsabilità verso profili manutentivi o tecnici, sebbene al momento l’unico indagato resti il tranviere.

La testimonianza di chi è sopravvissuto: il dolore per chi non c’è più

Mentre la macchina giudiziaria lavora per accertare le cause tecniche e le responsabilità penali, fa ancora male la lettura delle testimonianze di chi ha vissuto l’incidente sulla propria pelle. Tra queste, emerge il racconto di una donna, sopravvissuta allo schianto, che ha perso il compagno in quella che doveva essere una corsa come tante altre e che invece si è trasformata in una trappola mortale. Il suo ricordo si ferma a un dettaglio, un appuntamento mancato per un gelato, e alla consapevolezza che un gesto istintivo, un lancio fuori dal finestrino, l’ha salvata mentre lui, Ferdinando Favia, non ce l’ha fatta. Un dolore privato che si intreccia con quello pubblico, mentre gli inquirenti, al riparo da emotività, continuano a interrogarsi su cosa non abbia funzionato in quel pomeriggio di fine febbraio, setacciando ogni frammento di comunicazione e ogni ingranaggio di quel tram finito contro un muro. L’acquisizione dei documenti in Atm prosegue senza sosta, in un’inchiesta che si preannuncia lunga e complessa, destinata a scandagliare non solo l’operato del conducente ma anche le procedure aziendali e lo stato della linea.

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