Hormuz, ma non solo: la guerra ibrida dell'Iran colpisce anche l'Europa
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Redazione Esteri
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Mentre l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica resta focalizzata sullo Stretto di Hormuz e sulle tensioni militari in Medio Oriente, un fronte ben più silenzioso e insidioso si è aperto in queste settimane ben lontano dalle acque del Golfo Persico. Un attacco informatico senza precedenti, rivendicato da hacker legati al regime di Teheran, ha costretto alla chiusura per quattro giorni una centrale elettrica nel Regno Unito.
Lo scoop del quotidiano londinese Daily Telegraph, ripreso dalle principali agenzie internazionali, getta luce su una delle operazioni più audaci della guerra ibrida che l'Iran sta conducendo nell'ombra, con l'obiettivo di testare le difese e la resilienza delle nazioni occidentali proprio nel cuore delle loro infrastrutture critiche.
L'attacco alla rete elettrica britannica e il precedente negli Stati Uniti
L'incidente, avvenuto lo scorso luglio e reso noto solo ora per ragioni di sicurezza nazionale, rappresenta un vero e proprio spartiacque nelle minacce cibernetiche rivolte al Regno Unito.
Secondo quanto ricostruito dal Telegraph, si tratterebbe infatti della prima volta che hacker riconducibili a una potenza ostile riescono a interrompere operativamente un impianto di produzione energetica sul suolo britannico, oltrepassando una soglia che in passato aveva visto colpire, senza però paralizzarli, il sistema sanitario nazionale (NHS), istituti scolastici e linee produttive di grandi aziende come la Jaguar Land Rover.
Sebbene le autorità britanniche, per motivi di sicurezza, abbiano scelto di non divulgare il nome della struttura né la sua esatta collocazione, fonti governative hanno confermato che si tratta di un generatore di dimensioni relativamente contenute, ragion per cui lo spegnimento non ha avuto ripercussioni sull'erogazione complessiva di energia elettrica alla rete nazionale.
Un portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Energetica e le Emissioni Zero ha tenuto a sottolineare come il sistema energetico del Regno Unito sia "estremamente resiliente" e che, in nessun momento, vi sia stato un rischio per l'infrastruttura più ampia. La circostanza, tuttavia, ha fatto suonare un forte campanello d'allarme nei servizi segreti di Sua Maestà, che hanno immediatamente informato gli amministratori delegati delle compagnie elettriche, fornendo loro indicazioni e linee guida per prevenire eventuali ulteriori violazioni.
L'attacco alla centrale britannica, peraltro, non è stato un episodio isolato. Sempre a luglio, e presumibilmente nell'ambito di una campagna coordinata, una serie di aggressioni informatiche ha preso di mira le infrastrutture idriche degli Stati Uniti, colpendo sistemi di gestione delle acque in almeno sette e fino a dodici Stati federati, con un'azione che ha messo in ginocchio i controllori logici programmabili, ovvero i dispositivi che regolano il flusso e la composizione chimica dell'acqua.
Sebbene in quei casi non si siano verificati episodi di contaminazione, gli attacchi hanno dimostrato quanto sia vulnerabile un settore che, a differenza di quello energetico, non è sottoposto a obblighi federativi vincolanti in materia di cybersicurezza.
L'analisi del professor Martino: un'asimmetria strategica
Per comprendere la portata di queste operazioni e le loro implicazioni geopolitiche, è utile l'analisi di Luigi Martino, professore di Cyberspace and International Politics all'Università di Bologna e docente di Intelligence e Sicurezza nazionale all'Università di Firenze.
Il professor Martino definisce l'accaduto come un esempio lampante di "asimmetria strategica", un'arma che consente a uno Stato di infliggere un danno concreto al "cuore" di un Paese avversario, paralizzandone settori dell'economia, senza tuttavia varcare quella soglia che scatenerebbe una risposta convenzionale sul campo di battaglia.
È il trionfo della zona d'ombra, del conflitto che non è né pace né guerra, un campo in cui l'Iran, stando a queste rivelazioni, sta giocando diverse partite contemporaneamente, rispondendo così anche alle pressioni e alle sanzioni economiche subite.
Il docente individua poi le falle tecniche che rendono possibili queste incursioni, a partire da un problema strutturale: la tecnologia operativa che gestisce le catene industriali è stata spesso progettata in un'epoca in cui minacce del genere non esistevano, anteponendo la facilità d'uso ai requisiti di sicurezza, a cui si aggiunge una cronica mancanza di investimenti e consapevolezza nel settore.
Né si può sottovalutare l'impatto dell'intelligenza artificiale, capace di scovare vulnerabilità rimaste nascoste per anni in pochi minuti, rendendo la sfida della sicurezza una corsa contro il tempo. A suo avviso, nessun Paese è invulnerabile e la domanda non è come annullare il rischio, bensì come stabilire quale sia la soglia di rischio accettabile per le proprie società.
L'Europa e l'Italia: il livello di preparazione
Di fronte a una minaccia che si evolve alla velocità della tecnologia, sorge spontaneo chiedersi quale sia il livello di preparazione dell'Europa e, in particolare, dell'Italia. Secondo il professor Martino, l'Unione Europea ha già compiuto passi importanti, individuando i settori nevralgici – da ospedali e trasporti alle reti idriche ed energetiche – e introducendo normative rigorose per innalzare gli standard di sicurezza.
L'Italia, da parte sua, si è dotata dell'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale e la consapevolezza, anche a livello aziendale, sta crescendo, in parte spinta dalle severe sanzioni previste per i consigli di amministrazione inadempienti. Tuttavia, il problema di fondo resta la disparità di velocità: mentre la regolamentazione, per sua natura, è un meccanismo che frena e richiede tempi lunghi, la tecnologia e le sue applicazioni offensive corrono su un altro piano, più rapido e imprevedibile.
L'allarme lanciato dall'attacco alla centrale britannica serve dunque a ricordare che la guerra del futuro, per certi versi già in corso, si combatte anche e soprattutto sui cavi di rete e nei server, e che un attacco hacker a un'infrastruttura energetica, per quanto piccola, non è mai solo un problema di ingegneria, ma un atto politico dal peso strategico innegabile.
Il governo britannico ha confermato di aver aggiornato le proprie normative sulla cybersicurezza e sta lavorando a una nuova strategia di resilienza energetica. Le rivelazioni del Telegraph arrivano in un momento di massima tensione, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha recentemente incriminato 17 membri del gruppo Mabna Institute, affiliato ai Guardiani della Rivoluzione, per il furto di oltre 31 terabyte di dati da università e aziende statunitensi. La cyberguerra, insomma, è già tra noi.
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