L’attacco a Diego Garcia e il nuovo raggio d’azione dei missili iraniani: l’Europa è nel mirino
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Redazione Esteri
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L’attacco missilistico sferrato dall’Iran contro la base militare anglo-americana di Diego Garcia lo scorso 21 marzo ha segnato un punto di svolta nelle dinamiche di sicurezza del Vecchio Continente, proiettando l’Europa in una dimensione di vulnerabilità strategica fino a pochi mesi fa considerata remota. L’operazione, che ha visto l’impiego di due missili balistici lanciati verso l’atollo nell’Oceano Indiano, ha dimostrato sul campo ciò che i servizi di intelligence avevano solo ipotizzato: Teheran possiede finalmente la capacità tecnica di colpire obiettivi posti a oltre quattromila chilometri di distanza. Per l’Europa, un continente abituato a considerare il conflitto in Medio Oriente come una crisi circoscritta, si tratta di un campanello d’allarme destinato a riscrivere le priorità della difesa collettiva.
Il bersaglio scelto, Diego Garcia, dista circa 3.800 chilometri dalle coste iraniane, un dato geografico che ha assunto un’importanza capitale dopo l’esito del raid. Secondo quanto ricostruito da fonti militari, mentre un missile sarebbe stato intercettato da un cacciatorpediniere statunitense dotato di sistema Aegis e l’altro sarebbe precipitato in mare durante il volo, l’evento ha confermato il superamento di quel limite autoimposto di duemila chilometri che l’ayatollah Khamenei aveva pubblicamente rivendicato in passato come una scelta politica per non innalzare il livello di allerta in Europa. Un limite, quello precedentemente dichiarato, che aveva finora rassicurato le cancellerie occidentali: la minaccia iraniana era considerata letale per Israele e per le basi statunitensi nell’area del Golfo, ma priva di una reale proiezione verso il cuore dell’Europa.
A lanciare l’allarme più netto sono state le Forze di difesa israeliane, che attraverso il portavoce Nadav Shoshani hanno avvertito come lo stesso regime stia lavorando per mettere a punto vettori capaci di raggiungere i quattromila chilometri in modo stabile, una soglia che metterebbe nel mirino non solo Berlino, Parigi o Londra, ma anche città italiane come Roma. L’allarme israeliano, ribadito in un briefing specifico con la stampa italiana, è stato accompagnato da una valutazione tecnica condivisa da diversi analisti: la dimostrazione di forza nel Pacifico non è un fatto isolato, ma il segnale di un programma missilistico che ha ormai superato la fase sperimentale per entrare in quella operativa. L’ex comandante delle forze congiunte britanniche, generale Sir Richard Barrons, ha spiegato alla BBC come l’attacco costringa a rivedere completamente le stime precedenti sull’arsenale di Teheran, poiché la capacità di colpire un’isola a 3.800 chilometri implica logicamente la possibilità di raggiungere anche i Balcani o l’Europa centrale.
Una minaccia ambigua tra deterrenza e capacità reale
Non tutti gli esperti, tuttavia, traducono immediatamente questa capacità in una minaccia imminente. Se è vero che la portata dei missili iraniani si è estesa, rimangono aperte le questioni relative all’affidabilità, alla precisione e alla volontà politica di utilizzarli contro obiettivi europei. Analisti come Daniele Garofalo, esperto di terrorismo, sottolineano la necessità di distinguere tra raggio d’azione teorico, capacità operativa effettiva e decisione politica di impiego: il fatto che un missile possa raggiungere una determinata distanza non significa che l’Iran abbia la capacità di condurre un attacco strategico contro una capitale europea con un tasso di successo accettabile. Il fallimento tecnico riscontrato nell’attacco a Diego Garcia – con un missile abbattuto e uno fuori rotta – potrebbe infatti suggerire che Teheran non abbia ancora perfezionato del tutto la fase di guida terminale, un elemento cruciale per colpire bersagli puntuali a così grande distanza.
In questo quadro di ambiguità, l’operazione assume una valenza più politica che militare. Lanciare un attacco contro una base simbolo della presenza anglo-americana in un’area remota come Diego Garcia, situata strategicamente a cavallo tra Asia e Africa, rappresenta un messaggio inequivocabile diretto a Washington e ai suoi alleati europei. Il regime iraniano, con questo gesto, ha dimostrato di aver rimosso il veto che lo stesso Khamenei aveva posto nel 2021 sulla produzione di missili a lungo raggio, allineandosi così alle posizioni dei vertici militari dei Pasdaran che da anni spingevano per un superamento di quell’autolimitazione.
Lo scenario geopolitico dopo i falliti negoziati
Il lancio dei missili è avvenuto in una finestra temporale particolarmente delicata. Solo pochi giorni prima, il 28 febbraio, Israele aveva condotto un pesante attacco contro Teheran, un’operazione che secondo le fonti locali avrebbe causato centinaia di vittime e la morte della Guida suprema Ali Khamenei, alla quale sarebbe succeduto il figlio Mojtaba. L’attacco israeliano era arrivato a sua volta solo quarantotto ore dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e Stati Uniti, negoziati indiretti mediati dall’Oman che, sebbene giudicati insoddisfacenti dall’amministrazione Trump, erano stati descritti dai mediatori come caratterizzati da “un’apertura senza precedenti” a nuove soluzioni sul controverso dossier nucleare. L’escalation militare ha di fatto sepolto ogni speranza di una rapida distensione, restituendo la regia del conflitto alle armi.
La reazione europea a questo mutamento di scenario si è finora mantenuta su un crinale di cautela. Se da un lato il Regno Unito, attraverso il ministro degli Esteri Yvette Cooper, ha condannato l’attacco a Diego Garcia, dall’altro ha ribadito la volontà di non farsi trascinare in un’escalation più ampia, limitandosi a sostenere azioni difensive. Un approccio che riflette la posizione di diversi paesi europei, i quali guardano con preoccupazione alla possibilità di un allargamento del conflitto e al conseguente rischio per la sicurezza energetica. Tuttavia, la rivelazione che i missili iraniani possano ora teoricamente raggiungere il continente sta spostando l’asse del dibattito interno alla Nato: i sistemi di difesa aerea Aegis Ashore dislocati in Romania e Polonia, insieme al nuovo sistema Arrow-3 attivato dalla Germania, sono chiamati a un banco di prova inedito, dovendo dimostrare di poter proteggere non solo il fianco sud-orientale dell’alleanza ma anche i territori interni da una minaccia che non è più soltanto regionale.
Difese europee e nuove traiettorie di conflitto
Dal punto di vista tecnico, la difesa contro i nuovi missili iraniani presenta margini operativi ridotti. Gli esperti sottolineano che per intercettare vettori a medio raggio, l’intercettazione deve avvenire in atmosfera, nella fase exo-atmosferica; durante la fase terminale, la velocità dei missili aumenta in modo tale da rendere l’intercettazione estremamente difficile. Proprio per questo, la messa in funzione dell’Arrow-3 in Germania, avvenuta lo scorso anno, rappresenta una risposta diretta a questa nuova minaccia: il sistema, sviluppato congiuntamente con Israele, è progettato per abbattere i missili balistici al di fuori dell’atmosfera, creando una sorta di ombrello protettivo che potrebbe coprire gran parte dell’Europa centrale.
Ma la minaccia per l’Europa non si esaurisce con l’arrivo dei missili. Diversi analisti, tra cui lo stesso Garofalo, suggeriscono che in caso di escalation, Teheran potrebbe optare per strategie ibride, più sfumate ma altrettanto dannose, invece di un attacco diretto con ordigni balistici. Si tratterebbe di operazioni di sabotaggio, attacchi informatici mirati alle infrastrutture critiche (reti energetiche, sanità, finanza) o colpi contro obiettivi israeliani, ebraici o dissidenti iraniani sul suolo europeo, spesso condotti attraverso proxy criminali. Un approccio, questo, che rende la difesa più complessa, costringendo le cancellerie a confrontarsi non solo con la potenza di fuoco dichiarata, ma con un’articolazione di minacce che permea il tessuto sociale ed economico del continente.




