Il rebus della benzina esaurita e la giungla dei prezzi che tiene in scacco gli automobilisti
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Redazione Economia
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In questi giorni, attraversare il Paese per recarsi al lavoro o per un semplice spostamento si sta trasformando in un’impresa costellata da cartelli improvvisati appesi alle pombe di benzina, quelli con su scritto “carburante esaurito” o “benzina finita”, che stanno alimentando una psicosi collettiva destinata a ripercuotersi ben oltre l’ansia del singolo automobilista. La preoccupazione, infatti, non riguarda soltanto la libertà di movimento dei cittadini, ma tocca il nervo scoperto della logistica nazionale: se i distributori restassero a secco, il regolare approvvigionamento delle merci, che viaggia quasi esclusivamente su gomma, subirebbe una battuta d’arresto dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche per l’intero sistema economico.
I cartelli, la corsa al pieno e la psicosi che assedia i distributori
Dalla provincia di Treviso a quella di Varese, le segnalazioni si moltiplicano: sono soprattutto gli impianti a marchio Eni, come osservato da Moreno Parin di Artigianato Trevigiano, a mostrare per primi i cartelli di esaurimento, un fenomeno che ha preso piede già nel fine settimana. Il meccanismo che si è innescato è quello classico della profezia che si autoavvera: la vista dei cartelli – o anche solo la voce della loro comparsa – ha scatenato una vera e propria corsa al pieno, con gli automobilisti che assaltano le pompe nel timore di restare a piedi, svuotando le scorte in poche ore e creando un clima di incertezza che i gestori faticano a gestire. Questa situazione di caos organizzativo si intreccia con un’altra variabile altrettanto destabilizzante, ovvero quella dei prezzi: ci si muove in una “giungla” di tariffe, dove nel raggio di pochi chilometri si possono registrare differenze abissali, complice una politica di sconti e rincari che cambia rapidamente a seconda del marchio e della collocazione geografica dell’impianto.
Il peso delle accise e il countdown del taglio governativo
A complicare ulteriormente il quadro, già reso incandescente dalle tensioni geopolitiche successive all’attacco degli Stati Uniti contro l’Iran, c’è un fattore squisitamente fiscale che incombe come una spada di Damocle. Il governo aveva infatti varato un decreto per ridurre le accise di 24,4 centesimi al litro, un intervento temporaneo pensato per tamponare l’impennata dei listini, ma la cui scadenza è fissata per l’8 aprile. A poche ore dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, i prezzi del gasolio hanno sfondato il tetto dei due euro al litro, annullando di fatto gran parte degli effetti benefici dello sconto fiscale; come sottolineato da Paolo Ormesi di Federconsumatori a Mestre, la situazione attuale ricorda i rincari successivi all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, con la differenza che stavolta il margine di manovra appare ancora più ristretto e la prospettiva di un “ritorno indietro” – ovvero il ripristino delle accise piene – rischia di far schizzare nuovamente i prezzi verso l’alto. Questo countdown sta spingendo molti automobilisti a fare il pieno in anticipo, temendo un ulteriore salasso dopo Pasqua, creando una pressione aggiuntiva sugli impianti che già faticano a garantire i rifornimenti.
I meccanismi della distribuzione e il nodo degli approvvigionamenti
Le ragioni della scarsità, specie per la benzina, non sono però da ricercare solo nella domanda impazzita, ma anche in precise dinamiche industriali che regolano il settore. Secondo Massimo Sassi, presidente della Faib Confesercenti di Varese, le compagnie petrolifere stanno applicando un razionamento degli approvvigionamenti, privilegiando gli impianti di proprietà rispetto a quelli affiliati o alle pompe bianche, in un’ottica di rafforzamento delle scorte di sicurezza anche per garantire il rifornimento ai mezzi statali e di soccorso. Questa strategia sta creando una disparità evidente sul territorio: mentre nelle grandi aree urbane o lungo le autostrade la merce arriva con maggiore regolarità, in provincia e nelle zone periferiche i distributori si trovano a dover attendere tempi più lunghi per i riapprovvigionamenti, con il risultato che i cartelli di “esaurito” compaiono con maggiore frequenza. A ciò si aggiunge il fatto che il prezzo della materia prima, il petrolio, continua a mantenersi su livelli elevati, erodendo i margini dei gestori e rendendo meno prevedibile la pianificazione delle scorte.
L’effetto sul portafoglio e la geografia dei rincari
L’impatto di questa congiuntura si traduce in cifre da capogiro per le famiglie italiane. Se si sommano i rincari delle bollette energetiche a quelli del carrello della spesa – quest’ultimo trainato proprio dall’aumento dei costi di trasporto – il conto finale per un nucleo familiare medio si aggira attorno agli 890 euro annui aggiuntivi, come evidenziato dalle stime della Cgia di Mestre. Un dato che acquisisce concretezza se si guardano i listini dei distributori: nella provincia di Treviso, ad esempio, il gasolio self service ha toccato picchi di 2,199 euro al litro, mentre per la benzina si sono superati i 1,92 euro. L’allarme lanciato da Federconsumatori, che ha scritto al governo e al garante per la sorveglianza dei prezzi, pone l’accento su un rischio che va oltre la semplice volatilità del mercato, ovvero quello di fenomeni speculativi che, approfittando della confusione, potrebbero aggravare ulteriormente una situazione già critica per il potere d’acquisto degli italiani. In questo scenario, le parole di Agostino Apa, amministratore delegato di Vega – società leader nella distribuzione carburanti nel Nordest – assumono il valore di una testimonianza autorevole sulle difficoltà operative che gli operatori del settore stanno affrontando nel tentativo di garantire la continuità del servizio.




