Merckx, quel cannibale e le sette primavere: mezzo secolo fa l’ultima Classicissima

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il ciclismo, si sa, ama scandire il tempo con le ricorrenze, e domani ne segna una di quelle pesanti, scolpite nell’archivio della memoria sportiva: il cinquantesimo anniversario dell’ultima, settima vittoria di Eddy Merckx alla Milano-Sanremo. Una cifra, sette, che ancora oggi appare come un’astronomica utopia per chiunque provi ad avvicinarsi a quel traguardo ligure, e che pure il belga riuscì a imprimere nell’albo d’oro della Classicissima nel corso di un decennio, il 1966-1976, in cui trasformò la corsa più lunga in una questione di principio. Per celebrare quel che fu – e quel che Merckx rappresenta ancora oggi, ovvero il metro di paragone ineluttabile per ogni fuoriclasse – il giornalista Claudio Gregori, firma storica de La Gazzetta dello Sport, ha deciso di scavare nel profondo con il suo libro “Il fiore che vola 1869. I primi cento anni di ciclismo a Pavia: dai pionieri alla Sanremo”. Un’opera che, nell’anno in cui la partenza è ancora una volta affidata a Pavia, riannoda i fili di una storia lunga un secolo e mezzo, restituendo il senso di una tradizione che parte ben prima delle grandi imprese del Cannibale.

Le radici pavesi della prima corsa e il paradosso delle auto in corsa

È forse questo il dettaglio più suggestivo emerso dal lavoro di Gregori, capace di ribaltare la narrazione consolidata: non tutti sanno, infatti, che la prima edizione della Milano-Sanremo non si corse sulle due ruote ma con le automobili. Correva l’anno 1906, e quelle vetture ripercorrevano idealmente il cammino tracciato oltre duemila anni prima dai cartaginesi di Magone Barca, trasformando una sfida meccanica in un tuffo nella classicità. E se la Classicissima rappresenta oggi il rito di apertura della primavera ciclistica, Gregori ha ricordato come la scintilla iniziale di questo rapporto viscerale con le due ruote vada cercata ancora più indietro, sempre a Pavia: il 19 maggio 1869, due mesi prima della gara di Padova ritenuta erroneamente la prima in Italia, al Campo di Marte si tenne quella che va considerata la prima competizione italiana di velocipedi. Un primato che il sindaco di Milano, all’epoca, contribuì involontariamente a determinare, avendo bandito dalla città i rumorosi velocipedi in ferro per la loro pericolosità nei confronti di carrozze e pedoni.

Il cannibale, le sette vittorie e il verdetto su Pogacar

Ma il fascino di quel libro, e più in generale dell’anniversario che ricorre domani, si concentra inevitabilmente sulla figura di Eddy Merckx. Il belga, diventato professionista nel 1965 con addosso la maglia iridata dei dilettanti, trovò nella Sanremo la prima consacrazione: quella del 1966, la prima delle sette, fu la vittoria che gli fece capire di poter diventare “un corridore vero”. Da lì, una serie di successi (1967, 1969, 1971, 1972, 1975, 1976) che hanno reso la sua egemonia assoluta, tanto da relegare il resto dei vincitori – perfino i sei trionfi di Costante Girardengo – in una dimensione di prammatica rincorsa. E proprio il paragone con il presente, con Tadej Pogacar, è il passaggio obbligato quando si parla di Merckx. Il Cannibale, che non ha mai nascosto la sua ammirazione per lo sloveno, è stato tra i primi a commentare la recente, attesissima affermazione di Pogacar sulla stessa via Roma, quella che lo ha finalmente liberato da un’ossessione diventata quasi leggendaria.

La caduta, la rimonta e la volata che ha chiuso il cerchio

L’edizione della Milano-Sanremo appena archiviata, infatti, è già entrata nella storia per la combinazione di fattori che l’hanno resa memorabile, consegnando a Pogacar la vittoria che mancava dopo anni di podi sfiorati. Lo sloveno, che negli ultimi anni aveva collezionato piazzamenti che andavano dal quinto al terzo posto, sembrava destinato a un’altra amarezza quando, ai piedi della Cipressa, è finito a terra in una caduta che gli ha fatto perdere più di un minuto dal gruppo di testa. L’immagine della sua tuta arcobaleno sbrindellata – lacerata dall’asfalto – è diventata il simbolo di una rimonta che ha dell’incredibile: rientrato grazie al lavoro dei compagni della UAE Emirates, il campione del mondo ha prima attaccato sulla Cipressa riducendo il drappello dei migliori a tre, per poi piazzare l’allungo decisivo sul Poggio, l’ultima asperità prima del rettilineo finale. È stato un assolo lungo, una dimostrazione di forza bruta unita a una tecnica in discesa che ha lasciato senza parole anche un intenditore come Eddy Merckx, il quale non ha potuto fare a meno di definire l’impresa come una delle più grandi della carriera dello sloveno.

Il sigillo su via Roma e il confronto con l’eredità di Merckx

A vincere, alla fine, è stato lo scatto di Pogacar in una volata a due contro il britannico Tom Pidcock, con il ancora segnato dai lividi della caduta ma la determinazione di chi voleva cancellare ogni dubbio sulla propria capacità di imporsi anche sulla Classicissima. Se per Mathieu van der Poel, vincitore delle ultime edizioni e grande rivale, si è trattato di un’occasione mancata per agganciare ulteriormente le leggende del passato, per Pogacar si è aperta una finestra su un 2026 che potrebbe diventare leggendario. Con questo successo, infatti, lo sloveno si è avvicinato ancora di più al primato assoluto di vittorie nelle Classiche Monumento, restando alle spalle del solo Merckx, e ha dimostrato di poter ambire a quell’impresa che nessuno è mai riuscito a compiere: vincere tutte e cinque le Monumento in una sola stagione. E se è vero, come ricordano gli esperti, che la Sanremo è la corsa più difficile da decifrare perché premia la pazienza più che la forza esplosiva, domenica ha dimostrato che anche un fuoriclasse assoluto, quando mette a tacere il destino, riesce a piegare ogni statistica. Proprio come fece Merckx, mezzo secolo fa.

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