Biennale di Venezia 2026, tra i padiglioni vincenti spuntano l’Italia materica di Camoni e il Giappone partecipativo di Arakawa-Nash, ma la politica incombe
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, aperta ufficialmente il 9 maggio tra le storiche sede dei Giardini e dell’Arsenale -1-3, porta con sé il peso di un’eredità complessa: quella lasciata dalla curatrice Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente, il cui titolo “In minor keys” riecheggia come un testamento spirituale in un’edizione segnata da aspri conflitti diplomatici. Se da un lato l’arte cerca di imporre le sue “tonalità minori” – un invito alla riflessione lenta che contrasta con il fragore del mondo –, dall’altro la cronaca giudiziaria e politica ha fatto irruzione, offuscando parzialmente la portata estetica delle opere. L’ombra delle dimissioni dell’intera giuria internazionale, avvenute a pochi giorni dal vernissage proprio per protestare contro la riapertura del padiglione russo (decisione caldeggiata dal presidente Pietrangelo Buttafuoco e che ha scatenato non solo polemiche di piazza ma anche un braccio di ferro con il ministero della Cultura), ha trasformato i Giardini in un campo di battaglia geopolitico.
A dispetto di queste tensioni, che sembravano aver messo in crisi il desiderio di vivere l’arte “in chiave minore” espresso dalla curatrice, sono diversi i padiglioni che riescono a imporsi per la loro forza visionaria. A cominciare dal Padiglione Italia, dove Chiara Camoni presenta “Con te con tutto”: un progetto che, curato da Cecilia Canziani, si divide in due atti profondamente distinti. Nella prima tesa, avvolta in una penombra quasi mistica, il visitatore è accolto da ventiquattro figure antropomorfe – tra Colonne, Sister e Daimon – modellate in argilla cruda e assemblate con una materia prima che mescola conchiglie, arbusti e, quasi a voler suturare una ferita ecologica, scarti di plastica industriale trovati nei dintorni dello studio dell’artista. È un “bosco silenzioso” che evoca divinità minori dimenticate, capaci però di instaurare un dialogo fisico diretto con l’osservatore. Nella seconda tesa, invece, la luce irrompe su un’architettura domestica fatta di mobili ricombinati e dipinti con verderame, dove le sculture dialogano con maestri del calibro di Fausto Melotti e Marisa Merz fino ad arrivare a un video di Alice Rohrwacher.
Performance collettive e caverne greche: le visioni del Giappone e del Belgio
Se Camoni porta una poetica della materia e della cura, il **Giappone** di Ei Arakawa-Nash sposta il baricentro sull’esperienza partecipativa e il rituale quotidiano. Il suo “Bambini dell’erba, bambini della luna” trasforma lo spazio nipponico in una foresta concettuale fatta di oggetti della prima infanzia – pannolini, biberon, passeggini – interrogando senza retorica il senso dell’accudimento e la costruzione di un futuro possibile per le nuove generazioni. Non c’è nostalgia, in Arakawa-Nash, quanto piuttosto un’urgenza antropologica che coinvolge il pubblico in una riflessione corale sulla genitorialità, resa ancora più incisiva dalla totale assenza di giudizi morali.
Diametralmente opposta, ma altrettanto magnetica, è l’energia che arriva dal Belgio. Miet Warlop ha trasformato il proprio padiglione in una “scultura musicale vivente” intitolata “It never sst”. Tamburi assordanti, ritmi tribali e performers che dispongono grandi insegne di terracotta con parole secche come “if”, “will” e “you” riempiono lo spazio di una tensione catartica. L’installazione, che unisce teatro, danza e arti visive, riflette sulla fragilità del caos contemporaneo e sulla nostra incessante, e forse vana, corsa contro il tempo. Come dichiarato dalla ministra della Cultura fiamminga, è la prima volta che la performance art diventa protagonista assoluta in questa sede, segnando una svolta per la rappresentanza belga.
L’Argentina, la Grecia e lo spettro della storia
Mentre **l’Argentina** di Matías Duville porta una ventata di materialità sudamericana, con opere che affondano nella terra e nelle stratificazioni geologiche del continente, la **Grecia** di Andreas Angelidakis sceglie la via più concettuale e inquietante. Angelidakis allestisce una vera e propria “Escape Room” all’interno del proprio padiglione, reimmaginando l’antica caverna platonica alla luce dell’era della post-verità e del populismo. L’operazione è particolarmente astuta perché gioca con la storia stessa dell’edificio: inaugurato nel 1934, l’anno del primo incontro a Venezia tra Hitler e Mussolini, il padiglione viene interpretato come una “grotta coloniale e fascista congelata”. L’artista sfida così il pubblico a fuggire non solo da una stanza fisica, ma dalla gabbia delle narrazioni propagandistiche e delle identità nazionaliste, trasformando lo spazio in un labirinto speculare dove il reale e il virtuale collassano l’uno nell’altro.
L’assenza della giuria e il peso delle urne
Non si può comprendere appieno questa Biennale senza registrare il vuoto lasciato dalla mancata assegnazione dei Leoni d’oro ufficiali da parte della giuria – dimessasi in blocco – che ha costretto l’organizzazione a demandare la scelta dei vincitori al voto popolare, con un verdetto finale rimandato alla chiusura della manifestazione a novembre. Questa anomalia procedurale, se da un lato ha gettato confusione sulla gerarchia dei meriti artistici, dall’altro ha paradossalmente restituito al visitatore il ruolo di giudice unico, depotenziando il conflitto tra le diplomazie. Resta però, impresso negli spazi dell’Arsenale, il senso di una “sostituzione estetica”: quella di un’arte che, per uscire vittoriosa dalla morsa della politica, ha dovuto farsi più sorda, più materica, o semplicemente più libera, come nel caso dell’installazione ludica e grottesca di Angelidakis, che della prigione identitaria ha fatto il suo miglior carburante espressivo.




