Il prezzo dei conflitti: Cisl e Cna lanciano l’allarme per l’economia brianzola e piemontese

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Redazione Economia Redazione Economia   -   “Oggi, tra tensioni globali, dazi e nuovi fronti di guerra, la geopolitica torna a presentare il conto”. A dirlo, a un anno esatto dal cosiddetto ’Liberation Day’ – la data che ha segnato l’inizio di una stagione di barriere commerciali voluta dagli Stati Uniti – è Mirco Scaccabarozzi, segretario provinciale della Cisl, il quale non usa mezzi termini nel descrivere lo stato di salute dei distretti produttivi della Brianza. Secondo il sindacalista, a pagare sono ancora una volta i territori manifatturieri, messi in ginocchio da un’escalation militare dagli esiti imprevedibili e da un export che vacilla. L’allarme, lungi dall’essere una semplice esortazione, si fonda su dati concreti: imprese sotto pressione, salari che arrancano e un futuro che appare tutt’altro che certo, schiacciato tra i dazi americani e i nuovi focolai di crisi internazionale.

Le stime di Bankitalia per il triennio 2026-2028

Il 3 aprile 2026, la Banca d’Italia ha diffuso le proiezioni macroeconomiche per il triennio 2026-2028, inquadrandole in un contesto di “elevata incertezza” legato al conflitto in Medio Oriente e alle impennate dei prezzi energetici. Nello scenario definito “base”, il prodotto interno lordo italiano crescerebbe soltanto dello 0,5% nel 2026 – un dato in leggero calo rispetto allo 0,6% stimato lo scorso dicembre – per poi attestarsi ancora sullo 0,5% nel 2027, con una marginale accelerazione allo 0,8% soltanto nel 2028. L’inflazione, complice il rialzo del petrolio e del gas, schizzerà al 2,6% già nel corso del 2026, oltrepassando così temporaneamente l’obiettivo fissato dalla Banca Centrale Europea; tornerà a scendere sotto la soglia del 2% soltanto nel biennio successivo. Due gli scenari ipotizzati da Palazzo Koch: in quello più ottimistico – che rimane pur sempre lo scenario base – lo choc delle quotazioni su greggio e gas verrebbe gradualmente riassorbito nei prossimi mesi, senza innescare una recessione prolungata.

L’impatto del conflitto Usa-Iran e le ricadute sull’occupazione

Le tensioni tra Stati Uniti e Iran – queste ultime ormai deflagrate in un vero e proprio conflitto – hanno prodotto effetti a cascata su un sistema economico già provato. Lo studio della Banca d’Italia non lascia spazio a facili ottimismi: l’economia italiana non tornerà a respirare prima del 2027, con il PIL che stenterà a riprendersi proprio a causa dello shock energetico e della conseguente frenata della domanda interna. La riduzione della capacità produttiva, temuta dalle piccole imprese, rischia di tradursi in una spirale recessiva che colpirebbe in primo luogo l’occupazione. I rincari di gas e petrolio, alimentati dalle ostilità nel Golfo, si riverberano infatti sull’intera filiera industriale, dalla logistica alla chimica, passando per la metalmeccanica. E non si tratta soltanto di numeri macroeconomici: nelle province ad alta densità manifatturiera come Monza e Brianza, gli imprenditori riferiscono di commesse in calo e margini erosi, mentre i lavoratori temono la cassa integrazione.

La richiesta di una moratoria creditizia da parte della Cna Piemonte

L’onda d’urto del conflitto, però, non si ferma ai confini della Lombardia. Delio Zanzottera, segretario della Cna Piemonte, descrive la situazione come “un nuovo shock che colpisce in modo diretto il sistema delle micro, piccole e medie imprese in una fase già segnata da forte incertezza”. Per far fronte al rialzo dei costi energetici e al rischio di illiquidità, l’associazione ha avanzato una richiesta precisa: una moratoria creditizia che consenta alle aziende di sospendere temporaneamente il pagamento delle rate dei mutui e dei finanziamenti. Senza questo sostegno – avvertono dalla Cna – molte realtà produttive potrebbero essere costrette a chiudere i battenti, con inevitabili ripercussioni sull’indotto e sull’occupazione locale. La guerra in Medio Oriente, insomma, sta già ridisegnando i contorni dell’economia reale, e nessun territorio, nemmeno quelli storicamente resilienti come il Piemonte e la Brianza, sembra in grado di restarne immune.

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