Via Solferino, lo sguardo dei bambini e le cene di “Al”: quando il Corriere entrava nella vita
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Redazione Interno
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C’era una volta, e forse c’è ancora per chi ha avuto la fortuna di crescere a Milano in certi anni, un pezzo di città che sapeva raccontare le disuguaglianze sociali con la semplicità di un percorso mattutino. Francesco Billari, che oggi di professione fa il demografo e il rettore, rievoca la sua infanzia nella zona di Brera-Garibaldi, dove via Solferino rappresentava una frontiera, il confine tra due mondi. Da bambino, negli anni Settanta, per andare alla scuola elementare di via Palermo attraversava un paesaggio urbano che metteva in fila, quasi senza soluzione di continuità, il benessere di alcune case e quello che allora si definiva, con un’espressione oggi desueta, “disagio sociale”. E in quel tragitto, via Solferino era la parte “bella”, la curva del percorso dove ci si fermava all’edicola per acquistare le figurine Panini, magari sbirciando, con la curiosità di chi non sa ancora leggere fino in fondo, i titoli a caratteri cubitali dei giornali esposti. Un’immagine, la sua, che restituisce la dimensione fisica, quasi tattile, di un rapporto con l’informazione che per chi è venuto dopo è difficile persino immaginare.
Del resto, il Corriere della Sera era per molte famiglie italiane una presenza fissa, quasi un arredo domestico di cui non si poteva fare a meno. Donatella Sciuto, oggi rettrice del Politecnico di Milano, lo ricorda come il giornale di casa, il primo quotidiano che abbia letto da ragazza. Per la sua generazione, quella cresciuta prima dell’avvento di internet, sfogliare quelle pagine significava molto più che informarsi: era un atto quasi solenne di comprensione del mondo, un’immersione lenta nella notizia, un modo per farla propria, per assimilarne i contorni. Significava, spiega, immaginare luoghi lontani e situazioni complesse attraverso il filtro di poche immagini, per giunta in bianco e nero. Oggi, nell’epoca dei social media, tutto è immediato, velocissimo e, almeno in apparenza, semplice: un cambiamento epocale che rende ancora più preziosa, forse, la testimonianza di chi quel passaggio lo ha vissuto sulla propria pelle.
C’è chi, come Elena Beccalli, preside della Facoltà di Economia alla Cattolica, ne parla come di una vera e propria bussola quotidiana. Un punto di riferimento stabile, dice, per interpretare quanto accade in Italia e nel mondo, ma anche, e per chi è di Milano questo ha un sapore particolare, per capire le pieghe della propria città. Eppure, per lei il legame va oltre la semplice consultazione. Durante i lunghi anni trascorsi all’estero, il Corriere ha smesso di essere soltanto una fonte di notizie per trasformarsi in qualcosa di più profondo: un cordone ombelicale con l’Italia, uno strumento preziosissimo, quasi analitico, per decifrare le trasformazioni sociali, politiche ed economiche di un Paese che si osservava da lontano, con il desiderio di non perderne nemmeno uno scampolo.




