Export, lo stop di gennaio 2026 e l’ombra dei dazi americani sui conti del made in Italy

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Dopo la corsa del 2025, che aveva chiuso con un +3,3% spinto in parte dagli effetti di anticipo legati alle incertezze commerciali, l’export italiano inizia il 2026 con il freno a mano tirato. I dati diffusi dall’Istat relativi al mese di gennaio raccontano di una contrazione netta del 4,6% in valore rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, una flessione che diventa ancora più marcata, pari al 5,8%, se si osserva il dato in volume. Un segnale, questo, che non risparmia le due macro-aree geografiche tradizionalmente considerate: se da un lato le vendite verso i partner dell’Unione Europea segnano un -3,9%, dall’altro è il comparto extra Ue a registrare il tonfo più pesante, con un -5,5% che fa scattare più di un campanello d’allarme.

A dare a questa frenata sono tre comparti strategici del manifatturiero tricolore, quelli che hanno subito le flessioni più significative. C’è il crollo verticale dei coke e dei prodotti petroliferi raffinati, che perdono oltre un terzo del loro valore rispetto a gennaio 2025 registrando un -38,2%, un dato che pesa come un macigno sul bilancio complessivo. A questo si aggiungono le difficoltà della meccanica, cuore pulsante dell’industria nazionale, in calo del 7,3%, e il brusco stop dell’agroalimentare, che arretra del 7,7% risentendo evidentemente delle prime schermaglie commerciali sui mercati internazionali. E proprio i mercati di sbocco principali sembrano essersi improvvisamente ristretti: le esportazioni verso gli Stati Uniti, nonostante la buona performance del 2025, si contraggono del 6,7%, con un vero e proprio crollo per il settore alimentare che tocca il -26,4%. La stessa sorte tocca ai partner europei di peso come Francia (-7,5%) e Germania (-4,8%), mentre il Regno Unito registra una flessione addirittura a doppia cifra (-12,3%).

Farmaceutica e metalli tengono in piedi il saldo

Nonostante il quadro generale appaia in chiaroscuro – soprattutto se si considera che la correzione su base mensile è stata pressoché nulla (-0,1%) – ci sono settori che dimostrano una resilienza sorprendente. A trainare le vendite all’estero in questa fase di congiuntura complessa sono infatti la metallurgia e la farmaceutica, comparti che riescono a capitalizzare una domanda globale ancora sostenuta nonostante le tensioni geopolitiche e la debolezza del dollaro. I metalli e i prodotti in metallo volano con un +17,1%, mentre la farmaceutica segna un +5,9% rispetto a gennaio 2025, confermando quella capacità di tenuta che già aveva caratterizzato le fasi più acute delle turbolenze economiche degli ultimi anni.

A livello geografico, emergono segnali di inversione di tendenza che disegnano nuove rotte commerciali. Se i mercati tradizionali occidentali arretrano, crescono quelli di Paesi come la Svizzera (+15,5%), la Cina (+14,6%) e l’Austria (+5,1%). Un elemento, questo, che spiega anche la tenuta del saldo commerciale complessivo, che a gennaio 2026 si è attestato su un valore positivo di poco superiore al miliardo di euro (1.089 milioni), un risultato reso possibile anche dal dimezzamento del deficit energetico. Quest’ultimo, sceso a 3,5 miliardi dai 4,7 miliardi di un anno prima, contribuisce a migliorare la bilancia delle partite correnti proprio mentre il peso delle materie prime energetiche sembra attenuarsi.

La geografia variabile del commercio e il peso delle barriere

La lettura dei dati di gennaio 2026 impone una riflessione sulla distribuzione geografica delle vendite, che rivela una geografia del commercio in rapida evoluzione. La contrazione verso i mercati extra Ue, pari a 5,5 punti percentuali, è più intensa rispetto a quella registrata nell’area euro, ma è proprio il dato mensile a offrire un’analisi più puntuale: su base congiunturale, infatti, l’export cresce lievemente verso l’Ue (+1,4%) mentre crolla verso l’area extra Ue (-1,6%). Un’inversione di tendenza che riflette l’impatto immediato delle tensioni commerciali e di un dollaro debole, fattori che hanno iniziato a erodere la competitività delle merci italiane sui mercati d’oltreoceano ancor prima che scoppiassero le ultime crisi internazionali.

A pesare sull’andamento complessivo non sono solo i dazi o le barriere commerciali, ma anche una domanda interna al Vecchio continente che appare sempre più fiacca. Il calo delle esportazioni riguarda quasi tutti i settori, con l’eccezione – oltre ai già citati metalli e farmaceutica – di una timida crescita dei prodotti agricoli, silvicoli e della pesca (+0,8%). Ma è la forte riduzione delle vendite di beni strumentali ed energia, compensata in parte dall’aumento dei beni di consumo e intermedi, a delineare il quadro di un sistema che, a inizio anno, sembra resistere più per l’inerzia dei trimestri precedenti che per una reale spinta propulsiva.

Il nodo energetico e la reazione dei mercati strategici

Tra i pochi elementi positivi emersi dalla nota Istat, oltre al surplus commerciale, spicca la riduzione del deficit energetico, che passa da 4,7 miliardi di gennaio 2025 a 3,5 miliardi nello stesso mese del 2026. Un dato che segnala un progressivo aggiustamento nella dipendenza energetica del Paese, favorito dalla diversificazione delle fonti e dall’andamento ribassista dei prezzi delle materie prime rispetto all’anno precedente. Questo miglioramento contribuisce in modo determinante a trasformare il passivo commerciale di un anno fa (288 milioni) nell’attuale attivo, sebbene quest’ultimo risulti inferiore rispetto al surplus registrato a dicembre 2025.

Il confronto con le principali economie europee mostra come l’Italia, nonostante la frenata, mantenga ancora un vantaggio competitivo in alcuni segmenti di alta qualità, specialmente quello farmaceutico e della meccanica di precisione. Ma la preoccupazione maggiore, espressa anche dal presidente dell’Ice Matteo Zoppas, riguarda l’effetto valanga che le tensioni commerciali potrebbero scatenare nei prossimi mesi. I dati di gennaio – va ricordato – sono stati rilevati prima dell’escalation nel Golfo Persico e delle ultime decisioni in materia di dazi da parte dell’amministrazione Trump, ora tornata alla Casa Bianca. Segnali che però già si intravedono nel crollo dell’agroalimentare verso gli Stati Uniti, un’anticipazione di quelle che potrebbero essere le difficoltà strutturali per un sistema produttivo fortemente orientato all’export.

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