Borse europee reggono l’urto della guerra, la strategia è diversificare

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La raffica di ordini partita dai listini del Vecchio Continente nelle ultime ore racconta una storia fatta di nervi saldi e di una tenuta che, a dirla tutta, pochi si sarebbero aspettati all’indomani dell’escalation in Medio Oriente. Il fuoco incrociato tra Stati Uniti e Iran, con i razzi che hanno ripreso a solcare i cieli della regione, non ha prodotto quel tracollo che i manuali di finanza avrebbero dato per scontato. Anzi. Gli indici, seppur con un’andatura ondeggiante tipica delle ore di tensione, tengono botta. Lo si vede dai numeri, certo, ma soprattutto da un indicatore tanto chiacchierato quanto seguito: il Vix, l’indice della paura, che per tutto il primo fine settimana di conflitto e nelle sei sedute successive ha faticato a sfondare il muro dei 30 punti. Un livello che, per intenderci, era stato ampiamente superato quando il presidente Trump, tornato alla Casa Bianca, scatenò la bufera commerciale con l’annuncio dei dazi globali. Allora i mercati affondarono; oggi, nonostante il fragore delle bombe, le borse viaggiano ben al di sopra di quelle quotazioni primaverili.

In questo scenario, dove l’incertezza geopolitica si intreccia con i rincari dell’energia e con una volatilità che resta in agguato, il mantra degli strateghi finanziari torna a essere uno solo, ripetuto come una litania. Ed è la diversificazione. Quella vera, ponderata, lontana dalla tentazione – umanissima, ma pericolosa – di lasciarsi prendere dal panico e vendere tutto. Patrick Brenner, responsabile globale degli investimenti multi-asset di Schroders, assieme al collega strategist Joven Lee, lo hanno ribadito in un report che porta la data del 9 marzo: non è il momento di scelte affrettate, quanto piuttosto di ragionare con una prospettiva lungimirante. I loro ragionamenti partono da un presupposto che suona quasi controcorrente rispetto al rumore di fondo dei telegiornali. La diversificazione non è un semplice ombrello da aprire quando già piove, ma un’architettura da costruire prima, pezzo dopo pezzo, includendo asset class differenti e geografie lontane tra loro. Una filosofia che, in giorni come questi, trova la sua applicazione più autentica.

Il paradosso della guerra e l’azzardo degli speculatori

Eppure, a guardare cosa bolle in pentola tra gli operatori finanziari, viene da pensare che per qualcuno il conflitto sia poco più di un’occasione di guadagno. L’immagine è forte, e a usarla è stato nientemeno che Warren Buffett, l’oracolo di Omaha, quando ha paragonato certi comportamenti a un pericoloso gioco con il fuoco. Oggi quell’avvertimento sembra calzare a pennello. Nelle pieghe del mercato, infatti, si moltiplicano le scommesse di chi punta a cavalcare l’onda delle vendite allo scoperto, cercando di indovinare il momento esatto in cui la bolla – se di bolla si tratta – potrà scoppiare. Un azzardo che si gioca tutto sulle conseguenze economiche di un conflitto che, va detto, tiene il mondo col fiato sospeso. Ma intanto, e qui sta il paradosso, le Borse tengono. E lo fanno nonostante il prezzo del greggio abbia danzato su valori preoccupanti, complice la paura che lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia vitale per il trasporto del petrolio, possa trasformarsi in una trappola.

La tenuta dei listini e la calma apparente dopo la tempesta dazi

C’è un dato che colpisce, in questa fase. Le Borse europee, come si diceva, non solo hanno retto, ma si mantengono su livelli ben più alti rispetto a quelli toccati durante il cosiddetto "Liberation Day" dello scorso anno. Allora furono i dazi a fare da detonatore, e la reazione fu immediata e violenta. Oggi, con un conflitto aperto e con le potenze mondiali divise, la reazione è più misurata. Gli investitori sembrano aver imparato la lezione, o forse semplicemente hanno già prezzato gran parte dei rischi. Quel che è certo è che, mentre l’esercito israeliano prosegue le sue operazioni e l’Iran risponde con nuovi lanci, i mercati finanziari mostrano una resilienza che gli esperti definiscono quasi "zen". Una calma che, per carità, potrebbe rivelarsi solo apparente. Ma che per ora tiene banco.

La resilienza del portafoglio secondo gli analisti

In questo quadro complesso, il consiglio che arriva dagli addetti ai lavori è dunque quello di puntare sulla qualità e sulla solidità. Il portafoglio va curato come un organismo vivente, esattamente in queste ore in cui i venti di guerra soffiano forti. Più che rincorrere rendimenti facili, che in un contesto simile sarebbero pura illusione, si tratta di blindare gli investimenti, distribuendoli su settori e aree geografiche differenti. La raccomandazione è chiara: nessun colpo di testa, niente fughe precipitose. Perché se è vero che l’indice della paura non è schizzato verso l’alto come in altre occasioni, è altrettanto vero che la prudenza non è mai troppa. E allora si guarda alle materie prime, all’oro tradizionale bene rifugio, ma anche a quei titoli che in periodi di turbolenza sanno garantire una certa stabilità. Il consiglio, insomma, è quello di tenere la barra dritta, evitando di farsi travolgere dall’emotività del momento. Una lezione, questa, che i mercati hanno già imparato a proprie spese in passato.

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