Mercato auto europeo nel 2025: la crescita trainata da elettrico e ibrido, mentre i commerciali arrancano
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Redazione Economia
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Il comparto automotive europeo, nonostante un quadro economico percepito come incerto, ha chiuso il 2025 segnando un timido, ma per certi versi significativo, segno positivo. Secondo i dati diffusi dall’Acea, l’associazione che riunisce i costruttori del continente, le immatricolazioni di autovetture nell’Unione Europea – escludendo dunque il Regno Unito e i Paesi Efta – hanno infatti registrato un incremento dell’1,8%, toccando quota 10,8 milioni di veicoli. Una performance, questa, che contrasta con il lieve passo indietro fatto registrare dal mercato italiano, il quale si è invece contratto del 2,1%, e che trova la sua spiegazione principale nella sempre più marcata propensione degli acquirenti verso le alimentazioni a basso impatto ambientale.
Il sorpasso tecnologico e le quote di mercato
Analizzando i numeri, infatti, emerge con chiarezza come la spinta della transizione energetica stia ridisegnando le preferenze dei consumatori. Le vetture ibride, soprattutto quelle non ricaricabili dalla rete, si sono confermate la scelta più gettonata, conquistando da sole oltre un terzo del mercato totale, con una quota che supera il 34%. Accanto a questo dato, che pure indica una certa cautela verso il pieno elettrico, si è verificato il balzo più rilevante: quello delle auto a batteria pura, le quali hanno visto la loro fetta di mercato crescere di oltre quattro punti percentuali rispetto all’anno precedente, attestandosi al 17,4% del totale. Un progresso sostenuto, che va di pari passo con la crescita, seppur più contenuta, delle ibride plug-in, le quali hanno raggiunto una quota del 9,4%, segnando un +2,2%.
L’altra faccia della medaglia: il tracollo dei veicoli commerciali
Se il mercato delle autovetture naviga, seppur in acque non del tutto tranquille, verso lidi positivi, ben diversa è la situazione che riguarda il segmento dei veicoli commerciali leggeri e pesanti. Questo comparto, considerato un termometro sensibile della salute produttiva e commerciale, ha vissuto un anno decisamente negativo, registrando un calo delle immatricolazioni pari all’8,8%. Un dato che, diffuso in un contesto di tensioni geopolitiche e di rincari energetici, viene letto dagli analisti come il riflesso delle difficoltà in cui versano molte imprese, le quali rinviando gli investimenti frenano la domanda. L’unico faro in questo settore in contrazione è stato rappresentato dagli autobus, il cui mercato ha invece mostrato segnali di vitalità, probabilmente alimentata dai piani di rinnovo dei parchi veicolari pubblici in diverse città.
Le turbolenze finanziarie e lo spartiacque industriale
Questa transizione, del resto, non è solo una questione di volumi di vendita o di quote di mercato, ma si riverbera potentemente anche nelle valutazioni finanziarie delle case costruttrici, scardinando certezze che sembravano granitiche. Lo dimostra, in maniera plateale, quanto accaduto in Borsa lo scorso ottobre, quando il Titolo Ferrari – considerato tra i più solidi e premium d’Europa – ha perso in una sola seduta oltre il 15% del proprio valore. Quel tonfo, al di là delle dinamiche speculative immediate, è stato interpretato come un segnale d’allarme: nessuna azienda, neppure quelle simbolo del lusso e dell’eredità meccanica più esclusiva, può considerarsi al riparo dalle scosse di assestamento provocate dal cambiamento epocale in atto. Un settore che per decenni è stato un pilastro della stabilità industriale del continente si trova oggi a dover fronteggiare una prova di resistenza senza precedenti, dove l’innovazione tecnologica e la sostenibilità ambientale diventano parametri imprescindibili anche per gli investitori.




