Referendum sulla giustizia, la Cassazione riscrive il quesito e il governo tiene ferma la data: ora lo scontro è sulle parole di Gratteri
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Redazione Interno
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La campagna per il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, chiamato a confermare o abrogare la riforma dell’ordinamento giurisdizionale voluta dal ministro Carlo Nordio, ha superato la soglia del contenzioso tecnico per approdare in quella — ben più accidentata — dello scontro istituzionale frontale. L’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione, con un’ordinanza depositata il 6 febbraio, ha infatti ammesso la richiesta presentata da oltre cinquecentoquarantaseimila elettori, quella che i quindici cittadini promotori avevano depositato il 28 gennaio scorso, e di conseguenza ha riformulato il quesito che comparirà sulla scheda: non più un generico riferimento al Titolo della legge costituzionale, bensì l’elenco puntuale degli articoli della Carta — dall’87, decimo comma, al 110 — che la riforma modifica -1-9. Un intervento, quello dei giudici di piazza Cavour, che ha immediatamente costretto il Consiglio dei ministri a una riunione straordinaria; e che, lungi dal posticipare l’appuntamento con le urne come qualcuno tra i sostenitori del No aveva sperato, ha prodotto l’effetto opposto: il governo, forte del parere del Quirinale che ha definito il decreto “giuridicamente ineccepibile”, ha semplicemente “precisato” il testo della scheda, lasciando immutato il calendario -4-10.
Mai, va ricordato, un esecutivo aveva fissato la data di un referendum confermativo prima che spirasse il termine di tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge, quello durante il quale l’articolo 138 della Costituzione consente espressamente la raccolta di firme e la presentazione di ulteriori richieste. Il decreto di indizione del 13 gennaio, arrivato quando la finestra per i cinquecentomila elettori era ancora aperta per oltre due settimane, aveva già suscitato più di una perplessità; l’ordinanza della Cassazione, nel ribadire che la legittimazione dei parlamentari non consuma quella del elettorale e che anzi ancorare il voto al solo quesito parlamentare avrebbe svilito l’istituto di democrazia diretta, ha di fatto certificato l’anomalia senza però trarne le conseguenze che alcuni auspicavano -9. Così il referendum si farà nei giorni stabiliti, con un quesito finalmente più trasparente — si voterà sì o no sulla modifica di norme precise, non su un titolo — e con il fronte del No che, dopo aver accarezzato l’idea di un rinvio, si ritrova a dover combattere su un terreno politico divenuto, nel frattempo, incandescente.
Perché se la settimana scorsa si discuteva di sorteggio dei membri del Csm e di separazione delle carriere, questa settimana il dibattito è monopolizzato dalle dichiarazioni del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. In un’intervista rilasciata al Corriere di Calabria, il magistrato ha affermato senza giri di parole che “voteranno per il no le persone perbene, quelle che credono nella legalità come pilastro del cambiamento”, mentre “per il sì si schiereranno indagati, imputati, la massoneria deviata e tutti quei centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente” -3-8. Frasi che hanno immediatamente innescato una reazione a catena ai piani alti dello Stato: il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si è detto basito per la “gravità” dell’uscita, il collega della Camera Lorenzo Fontana ha parlato di “stupore e dispiacere”, mentre il vicepremier Antonio Tajani ha condensato il pensiero del centrodestra in una definizione secca: “un inaccettabile attacco alla libertà e un’offesa a milioni di italiani” -3-8.
Non è finita. Il consigliere laico del Csm Enrico Aimi ha già annunciato l’apertura di una pratica presso il Comitato di presidenza per valutare se quelle parole, “per il contenuto e per il contesto”, possano rilevare in sede di procedimento di valutazione di professionalità del magistrato; e il Guardasigilli Nordio, interpellato, si è spinto oltre, chiedendo provocatoriamente se “l’esame psico-attitudinale che abbiamo proposto per l’inizio della carriera non sia forse necessario anche per la fine della carriera” -3-8. Gratteri, dal canto suo, ha replicato lamentando una “strumentalizzazione parcellizzata” del suo pensiero, e ha precisato — pur senza ritrattare — di aver inteso riferirsi esclusivamente a coloro cui “il sistema conviene”, e non certo alla totalità degli elettori del Sì -8. Ma il solco è ormai tracciato, e la campagna referendaria, che molti speravano potesse mantenersi su un crinale squisitamente tecnico, è scivolata in una rissa dai toni mai così personali.
Il nodo della riforma e il cortocircuito dei fronti
A complicare ulteriormente il quadro, e a rendere la posta in gioco persino più alta della semplice tenuta del provvedimento, è la progressiva e sempre più evidente divaricazione tra il contenuto oggettivo della riforma — quella che porta il nome di Nordio e che gli italiani sono chiamati a giudicare — e il racconto che ne fanno i suoi stessi sostenitori. La legge costituzionale, per chi l’ha scritta e per i partiti di maggioranza che la sostengono, persegue due obiettivi principali: introdurre la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, e modificare la composizione del Consiglio superiore della magistratura prevedendo l’estrazione a sorte dei membri togati -5-6. L’idea, come spiegano i comitati per il Sì, è quella di restituire al giudice quella terzietà che oggi, di fatto, sarebbe offuscata dalla condivisione di concorso, formazione e prospettive di carriera con il pubblico ministero; un retaggio, viene sottolineato, del codice Rocco del 1930 e di una concezione inquisitoria del processo che la riforma del 1988 e la modifica dell’articolo 111 della Costituzione non avrebbero del tutto scardinato -6.
Eppure, a leggere le cronache di queste ultime settimane, sembra che lo schieramento del Sì stia combattendo una battaglia diversa. Lo stesso ministro Nordio, intervenuto qualche giorno fa a un’assemblea di penalisti favorevoli alla riforma, è stato sonoramente fischiato per tre volte: quando ha definito “sbagliata” la legge che ha permesso la scarcerazione di tre anarchici a Torino; quando ha bollato come “non liberticide” le nuove misure sul decreto sicurezza; e quando, con una frase che molti hanno giudicato infelice, si è detto soddisfatto del fermo di polizia perché, ha testualmente affermato, “in questo modo ci saranno meno manifestanti” -7. Un paradosso solo apparente: gli avvocati penalisti, tradizionale serbatoio di consenso per ogni riforma che prometta più garanzie per l’imputato, si sono ritrovati a fischiare l’uomo che quella riforma l’ha scritta, proprio mentre lui rivendicava provvedimenti che di garantista hanno ben poco. Il cortocircuito è totale: il centrodestra, in campagna referendaria, chiede agli italiani di votare Sì per ridurre il potere delle procure e limitare la carcerazione preventiva; ma nella sua azione quotidiana di governo propugna esattamente l’opposto, ovvero pene più severe, nuovi reati e un inasprimento generalizzato del sistema sanzionatorio -7.
Dal fronte opposto, le ragioni del No si fondano su due pilastri: la denuncia del metodo, con il sorteggio dei consiglieri togati descritto come una “violazione grottesca del principio di rappresentanza”, e il timore che, dietro la separazione delle carriere, si celi in realtà il tentativo di sottoporre la magistratura requirente al controllo dell’esecutivo -5-6. L’avvocato Giovanni Borgna, portavoce del comitato triestino per il No, lo dice senza mezzi termini: l’obiettivo sarebbe quello di “umiliare la magistratura con un criterio casuale” mentre dall’altra parte si consentirebbe alla politica di mandare squadre precostituite, “perché il sorteggio avverrebbe su un elenco già preparato dalla politica” -6. E il costituzionalista Gaetano Azzariti, in un’audizione al Senato risalente a un anno fa ma tornata d’attualità, aveva già messo in guardia: assieme alle correnti, aveva detto, “finiranno per essere travolti anche la natura rappresentativa dell’organo e la sua capacità funzionale”; non solo, il pluralismo delle interpretazioni — che è un dato di fatto, non una degenerazione — non può essere lasciato al caso, perché il caso potrebbe premiare le culture più eccentriche o addirittura eretiche -5.
La politica, nel frattempo, si è ormai completamente sostituita al diritto. Il Partito Democratico, per bocca di Debora Serracchiani e Francesco Boccia, attacca la “tracotante arroganza di chi comanda e non governa” e definisce la vicenda del quesito e della data un “pasticcio istituzionale” -4-10; Elly Schlein, in tour per il No, ripete lo slogan che “non vogliamo in Italia né il modello Orban né quello Trump”, mentre Giuseppe Conte prepara il faccia a faccia con Nordio a Palermo e affigge manifesti in cui la riforma è ribattezzata “salva-casta” -3-8. Dall’altra parte, Forza Italia lancia i “treni per il sì” sull’esempio delle navi berlusconiane, Fratelli d’Italia attende la discesa in campo di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, secco, twitta: “Lo denuncio. E voterò sì” -8.
La partita, insomma, si gioca su due tavoli distinti e solo parzialmente comunicanti. Al primo, quello formale, siede la Cassazione con la sua ordinanza e la sua riformulazione del quesito; al secondo, quello reale, siedono i sondaggi che registrerebbero una rimonta del fronte del No e l’umore di un Paese chiamato a esprimersi non su un articolo di legge, ma sul rapporto — sempre più malato — tra politica e giustizia. Il resto, compreso il destino della riforma Nordio, è ancora tutto da scrivere.




