L’eredità complicata di Beccalossi, tra estro e una sigaretta nello spogliatoio
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Redazione Sport
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La notizia della sua scomparsa, avvenuta nella clinica Poliambulanza di Brescia dove era ricoverato da oltre un anno, non ha scosso soltanto il mondo del calcio, quello che lo aveva eletto a numero 10 atipico già tra gli anni Settanta e Ottanta. Evaristo Beccalossi, che avrebbe compiuto 70 anni il 12 maggio, è stato stroncato dalle conseguenze di un’emorragia cerebrale devastante, risalente al gennaio 2025: un evento che lo aveva precipitato in un coma dal quale, secondo quanto riferito dalla moglie, sembrava volesse “tornare a lavorare”, quasi a voler sfidare una sorte già avversa. Fu proprio quel carattere, insieme a una passione quasi viscerale per le sigarette – mal conciliabile con i rigori atletici del calcio professionistico – a costruire il mito di un giocatore considerato “ingestibile” ma straordinariamente ricco di talento.
Quella sigaretta nel chiuso dello spogliatoio del Fano
Il racconto dei suoi addetti ai lavori restituisce l’immagine di un uomo che, in tempi ben diversi dall’attuale calcio spettacolo, poteva ancora permettersi certe sregolatezze. Si favoleggia di una sigaretta fumata con noncuranza dentro lo spogliatoio del Fano, quasi a simboleggiare un’epoca in cui la genialità andava a braccetto con l’eccesso, e il talento puro – come nel caso del fantasista bresciano – trovava spazio persino tra un tiro e l’altro. Una sregolatezza che non intaccò mai, però, l’affetto dei tifosi nerazzurri: Beccalossi era uno di quelli che faceva alzare dagli spalti anche chi, di mestiere, avrebbe dovuto tifare contro.
Bergomi e il “genio” solare al distributore di benzina
Giuseppe Bergomi, ex capitano dell’Inter cresciuto nelle giovanili proprio mentre Beccalossi era già un idolo, lo ricorda con un aggettivo ripetuto quasi come un mantra: «solare». Loro due condivisero tre stagioni in prima squadra, e Bergomi non ha dimenticato il divertimento che il numero 10 sapeva regalare – si pensi ai gavettoni alla Pinetina, o a quelle interminabili chiacchierate con Luisito Suarez, avvenute in circostanze tutt’altro che ordinarie, come davanti a un distributore di benzina. Episodi minori, certo, ma che rivelano molto dello spessore umano di un calciatore la cui memoria, nelle parole di chi l’ha conosciuto da vicino, resta legata a un calcio definito “romantico”.
Marotta: «Fonte d’ispirazione» per un calcio che non c’è più
Il presidente dell’Inter, Marotta, ha voluto dare un peso specifico a quel lascito, sottolineando come Beccalossi sia stato «fonte d’ispirazione per tanti calciatori e non solo». Un giudizio che non si perde in retorica: l’ex fantasista fu artefice di giocate sublimi in grado di emozionare tanto i tifosi nerazzurri quanto gli avversari. Marotta ha aggiunto – senza scomodare facili agiografie – che «nelle società in cui è stato si è sempre comportato molto bene», definendolo «un esempio da seguire». Una dichiarazione che allontana ogni tentazione di ridurre Beccalossi al solo cliché del “talento maledetto”.
Il doppio rigore sbagliato e quel marchio indelebile di “Driblossi”
Non fu il calciatore più vincente né il più celebrato – anzi, la sua carriera conta episodi paradossali, come l’iconico e doppio rigore sbagliato contro lo Slovan Bratislava, destinato a diventare un caso più unico che raro. Eppure, il giornalista Gianni Brera lo aveva soprannominato «Driblossi», mentre l’avvocato Prisco, arguto e tagliente, sentenziò che «il pallone giocava con lui». Nessun altro ri riuscì a coniugare, con la stessa disinvoltura, l’imprevedibilità tecnica e una certa, umana, fragilità. Dele parole della moglie, che ne ha raccontato la voglia di tornare al lavoro nonostante l’emorragia, emerge il ritratto di un uomo refrattario all’autocommiserazione. Un approccio, il suo, che ha segnato profondamente chi lo ha incrociato, dentro e fuori dal campo.




