L’Ue cerca un «whisperer» per Putin: nel casting dei possibili negoziatori spunta il nome di Draghi
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Redazione Esteri
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«Chi cena col diavolo deve avere un cucchiaio lungo», recita un adagio che risuona con inquietante attualità nei corridoi di Bruxelles, dove l’ipotesi di un negoziato diretto con Vladimir Putin – per quanto accidentata e piena di insidie – ha smesso di essere un tabù per trasformarsi in una concreta, seppur spinosa, necessità diplomatica. A trovarsi con il cerino in mano, questa volta, è l’Unione europea, chiamata a fare quadrato dopo essere stata deliberatamente esclusa – insieme a Kiev – dal tavolo informale dove Washington e Mosca avevano cominciato a ridisegnare le regole del conflitto.
È in questo vuoto di rappresentanza, acuito dalla frustrazione per la gestione americana del dosso, che prende sempre più corpo l’idea di nominare un inviato speciale: una sorta di «sussurratore» del Cremlino, capace di tenere testa al presidente russo senza tradire gli interessi dei Ventisette.
Il no di Meloni ai tavoli ristretti e la candidatura dell’ex banchiere centrale
La premier Giorgia Meloni, intervenendo alla Camera, ha ribadito con forza la necessità che sia l’Europa intera – e non una coalizione di pochi volenterosi – a condurre il dialogo, bocciando di fatto i vertici ristretti che finora avevano caratterizzato le mediazioni fallimentari.
Secondo fonti governative, però, la richiesta di individuare «una figura autorevole investita della fiducia degli Stati membri» nasconde una precisa preferenza di Palazzo Chigi, che spinge perché quel ruolo venga affidato all’ex presidente della Bce e ex presidente del Consiglio, Mario Draghi.
L’operazione, spiegano gli osservatori, punta a schierare un peso massimo in campo: un tecnocrate dal profilo internazionale capace di parlare a Putin da pari a pari, forte del rispetto ottenuto durante la crisi pandemica e la guerra energetica, e lontano dalle divisioni quotidiane della politica comunitaria.
Stubb e Costa in pole: la lunga lista dei pretendenti al ruolo di mediatore
Se il nome di Draghi trova il favore dell’Italia, la partita per la nomina è ben lontana dall’essere chiusa, e la rosa dei candidati si è allargata nelle ultime settimane includendo personalità di spicco come il presidente finlandese Alexander Stubb – il quale, pur non reputandosi forse l’interlocutore ideale, ha ammesso che sarebbe difficile dire di no a una chiamata del genere – e il presidente del Consiglio europeo, António Costa, figura emersa più di recente nei retroscena della stampa internazionale.
A questi si aggiungono, seppur con minori possibilità, la tedesca Angela Merkel e il lussemburghese Jean-Claude Juncker, mentre il nome dell’alto rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, appare ormai tramontato dopo che la stessa titolare ha escluso per l’Ue il ruolo di «mediatore neutrale», ribadendo che il blocco non può e non vuole sostituirsi agli Stati Uniti in una funzione che richiederebbe equidistanza.
L’agenda serrata dei vertici: dal G7 di Evian alla Nato di Ankara
La discussione su chi debba sedersi dall’altra parte del tavolo (e se farlo) si inserisce in una finestra diplomatica densissima, scandita da tre appuntamenti cruciali: il G7 in programma lunedì e martedì prossimi a Evian-les-Bains, dove i leader europei dovranno confrontarsi con un ospite scomodo come Donald Trump – già protagonista di frizioni sulle forniture militari – e con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky; il Consiglio europeo del 18-19 giugno a Bruxelles, che potrebbe dare il via libera politico alla creazione dell’incarico; e infine il vertice Nato del 7-8 luglio ad
Ankara, dove il sostegno a Kiev e la nuova architettura di sicurezza del continente saranno al centro dell’agenda. È in questa sequenza che si gioca la partita per l’influenza, con l’Ue che tenta di ritagliarsi un posto al tavolo mentre il conflitto entra in una fase caratterizzata dall’escalation di attacchi sui centri urbani e dalle controffensive in profondità sul territorio russo.




