Nuova classificazione comuni montani, Calderoli: "Definiti i criteri, risolto un vuoto storico"
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Redazione Interno
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La montagna italiana, da sempre realtà geografica e culturale ben prima di essere un’etichetta amministrativa, ha atteso più di settant’anni per vedersi riconoscere una definizione chiara e univoca. Un vuoto normativo che, come ha sottolineato il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli in occasione della Giornata Internazionale della Montagna celebrata a Cortina d’Ampezzo, ha finalmente iniziato a colmarsi con l’annuncio dei nuovi criteri di classificazione dei comuni montani. “Sono pronti – ha dichiarato il ministro – i criteri per la classificazione che andranno a identificare cosa vuol dire ‘montagna’ in Italia”. Una dichiarazione che, lungi dal chiudere la questione, ha immediatamente aperto un nuovo e acceso fronte di confronto, soprattutto nelle zone appenniniche dove molti territori temono di perdere uno status che si traduce in finanziamenti cruciali e norme dedicate.
I tre parametri che ridisegnano la mappa amministrativa
I principi cardine presentati dal ministro Calderoli si articolano su tre direttrici distinte, ciascuna delle quali mira a catturare una specifica conformazione del territorio. Il primo criterio, particolarmente stringente, stabilisce che un comune possa essere considerato montano qualora presenti almeno il venticinque per cento della propria superficie al di sopra dei seicento metri di altitudine e, contestualmente, il trenta per cento della stessa con pendenze superiori al venti per cento. Un secondo parametro, di carattere più generale, prende invece in considerazione l’altimetria media dell’intero territorio comunale, fissando la soglia minima a cinquecento metri. Infine, una terza disposizione introduce un elemento di contiguità, riconoscendo come montani anche quei comuni che, pur non rispettando i primi due criteri, risultino completamente “interclusi”, ovvero circondati da enti che invece li soddisfano.
La reazione dell’Appennino e il confronto tra i numeri
Se l’intenzione dichiarata è quella di porre fine a un’era di ambiguità, l’applicazione concreta di questi parametri produrrebbe, stando alle prime proiezioni, una significativa riduzione del numero di comuni classificati come montani. Attualmente, infatti, essi sono circa quattromila, ossia pressappoco la metà del totale nazionale; con l’entrata in vigore delle nuove norme, tale cifra scenderebbe a duemilaottocento, determinando una contrazione particolarmente evidente lungo la dorsale appenninica. È proprio da queste aree, tradizionalmente più fragili sotto il profilo socioeconomico, che si sono levate le proteste più accese: l’Emilia Romagna, per citare una regione simbolo, vedrebbe scomparire lo status di montano per circa il quaranta per cento dei suoi comuni, un dato che ha spinto amministratori locali e rappresentanti politici a parlare apertamente di una normativa “per le Alpi e contro l’Appennino”.
Le implicazioni di uno status e il dibattito sulla rappresentanza
Il cuore della polemica, al di là della definizione geografica, risiede nelle concrete ricadute che la perdita della classificazione comporta. Essere un comune montano non significa soltanto possedere una caratteristica orografica, bensì accedere a una serie di benefici e risorse finanziarie specifiche, pensate per compensare gli svantaggi strutturali e il costo più elevato dei servizi pubblici in territori spesso isolati. La possibilità di rientrare in norme dedicate, spesso legate alla programmazione dei fondi europei, rappresenta per molti di questi enti una questione di sopravvivenza. Il dibattito, pertanto, si è rapidamente spostato dalla mera questione tecnica alla sostanza politica, investendo il tema della rappresentanza e della tutela delle aree interne del Paese, che vedono in questa riforma il rischio concreto di un ulteriore, definitivo marginalizzazione.




