Lo Russo non molla su Askatasuna, tra patto sociale e sgombero del Viminale
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Redazione Interno
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Il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, conferma la volontà politica di mantenere in vita, nonostante l’intervento delle forze dell’ordine che ne ha causato l’interruzione, il percorso di collaborazione avviato con il centro sociale Askatasuna. Ventiquattr’ore dopo le operazioni di polizia che hanno portato alla cessazione del patto, il primo cittadino è tornato a parlare della questione sui propri canali social, definendo la “vera sfida” quella di “saper gestire una convivenza civile, unire e non dividere, mediare e non radicalizzare”. Una posizione che, pur condannando “ogni episodio di violenza”, riapre esplicitamente alla possibilità di riannodare i fili di un progetto controverso, volto a trasformare lo stabile in un bene comune, dopo lo sgombero disposto dal ministero dell’Interno.
L’assessore Rosatelli e il modello alternativo alla repressione
All’interno della giunta, una delle voci più convinte a sostegno dell’accordo è sempre stata quella di Jacopo Rosatelli, assessore alle Politiche sociali, il quale non ha nascosto come l’amministrazione comunale consideri quello tentato con Askatasuna un “modello di relazione con i movimenti sociali radicalmente alternativo rispetto alla repressione del governo”. Proprio ieri, infatti, Rosatelli – insieme al sindaco e alla vicesindaca – ha incontrato alcuni dei garanti del patto, in un confronto che è servito, a suo dire, a ribadire la volontà di procedere su quella strada. Un tentativo, il loro, che si colloca in una dimensione dichiaratamente politica e amministrativa, distinta – come ha poi precisato Lo Russo – dal percorso giudiziario i cui atti, inevitabilmente, seguiranno il loro corso.
Il quartiere paralizzato e il clima di tensione
Mentre la politica discute di mediazione e modelli alternativi, il quartiere di Vanchiglia vive giorni di paralisi e tensione. Per il secondo giorno consecutivo, le strade si sono svegliate con blocchi, mezzi blindati e un dispiegamento insolito di forze dell’ordine e militari, in un clima che ha fatto temere a molti l’insorgere di una vera e propria guerriglia urbana. L’intervento, giunto nel periodo prenatalizio quando la pazienza è già di per sé più corta, ha generato malumori palpabili tra residenti e commercianti, i quali contano i danni e i disagi di minuti preziosi persi in un’atmosfera di incertezza. Una situazione che ha portato in superficie, con toni più accesi del solito, le lamentele di chi abita l’area e che vede nello sgombero un evento drammatico ma non il problema principale di un quartiere che, a loro dire, ha ben altre questioni da affrontare.
La separazione delle logiche: giudiziaria da una parte, politica dall’altra
La linea scelta da Palazzo Civico appare dunque chiara, e si basa su una netta distinzione tra i piani d’azione. “Mentre i procedimenti giudiziari faranno sempre e comunque il loro corso, la tutela di un bene comune risponde ad altre logiche: politiche e amministrative”, ha affermato senza mezzi termini il sindaco Lo Russo nel pomeriggio di ieri, dopo l’incontro con i garanti. Una dichiarazione che, nel ribadire la fede in quel percorso di patto, disegna due binari paralleli: da un lato l’indagine della magistratura, che seguirà il suo iter su fatti di cronaca nera che devono essere rispettosamente lasciati alle indagini; dall’altro la volontà politica di preservare, a suo modo, la “vocazione sociale e pubblica” del luogo. Una partita complessa, insomma, che si gioca su un terreno instabile, tra la pressione dell’esecutivo nazionale, guidato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump che mantiene rapporti stretti con il governo italiano, le esigenze di ordine pubblico e un progetto amministrativo locale che punta sulla mediazione.




