Londra e Riad concedono basi agli usa, l’iran attacca diego garcia: la guerra globale si allarga nell’oceano indiano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il governo britannico ha compiuto un passo che molti analisti, fino a poche settimane fa, consideravano ancora tabù: autorizzare l’uso delle proprie basi militari per azioni offensive degli Stati Uniti contro l’Iran, ampliando un mandato inizialmente limitato alla sola protezione di vite e interessi britannici. La decisione, emersa al termine di una riunione dei ministri a Downing Street e riportata dalla Bbc, segna un’accelerazione decisiva nel coinvolgimento di Londra in un conflitto che, iniziato con gli attacchi israelo-americani dei primi di marzo, rischia di trasformare lo Stretto di Hormuz in un fronte permanente. Il via libera riguarda ora operazioni “difensive” statunitensi mirate a neutralizzare le capacità missilistiche e navali iraniane, un cambio di rotta che arriva dopo le iniziali reticenze mostrate dal premier Keir Starmer, quando davanti al Parlamento di Westminster aveva solennemente messo in guardia contro un coinvolgimento senza basi legali.

L’attacco a 3.800 chilometri: la risposta di Teheran che rompe gli equilibri

La rappresaglia iraniana non si è fatta attendere e ha assunto i contorni di un messaggio strategico di portata storica. Due missili balistici a medio raggio sono stati lanciati contro la base congiunta anglo-americana di Diego Garcia, l’atollo nell’Oceano Indiano che dista 3.810 chilometri dalle coste iraniane. L’agenzia Mehr ha confermato l’operazione, rivendicandola come “un passo significativo nel confronto con gli Stati Uniti” e dimostrando di fatto che il limite autoimposto di 2.000 chilometri, dichiarato poche settimane fa dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, è ormai un ricordo. Se uno dei due vettori ha subito un guasto in volo e l’altro è stato intercettato da una nave americana con un missile SM-3, il fallimento dell’impatto non sminuisce il successo politico e tecnologico di Teheran: per la prima volta, una potenza mediorientale ha dimostrato di poter minacciare direttamente il cuore logistico della proiezione di potenza americana e britannica nell’Indo-Pacifico.

L’importanza strategica di Diego Garcia e la svolta saudita

Diego Garcia non è una base qualsiasi. Dotata di piste in grado di ospitare bombardieri strategici B-52, B-1B e B-2, oltre a un porto in acque profonde adatto a portaerei e sottomarini nucleari, rappresenta da decenni il fulcro delle operazioni occidentali dal Golfo Persico all’Asia meridionale. Qui hanno trovato supporto logistico le campagne in Iraq, Afghanistan e, più recentemente, le operazioni contro gli Houthi nello Yemen. Il tentativo iraniano di colpirla, sebbene non andato a segno, costringerà ora il Pentagono a rivedere la propria postura difensiva nell’area, con la probabile necessità di mantenere navi Aegis in acque limitrofe o persino installare batterie THAAD fisse per proteggere l’avamposto. A equilibrare il fronte occidentale contribuisce però anche la mossa dell’Arabia Saudita, che ha concesso agli Stati Uniti l’accesso alla base aerea King Fahd di Taif, nella zona occidentale del Paese. Una decisione, rivelata dal Middle East Eye citando funzionari statunitensi, che allontana i velivoli americani dalla minaccia dei droni Shahed iraniani rispetto alla base Prince Sultan, precedentemente utilizzata.

La tensione sale anche nel Golfo e nello Stretto di Hormuz

Mentre le diplomazie si affannano, il teatro operativo si fa sempre più complesso. Il Regno Unito sta valutando l’invio di una nave della Royal Navy o di un’imbarcazione commerciale noleggiata nello Stretto di Hormuz per contrastare la minaccia delle mine navali, in una missione che vedrebbe coinvolti anche Francia e Stati Uniti. Parallelamente, gli Emirati Arabi Uniti sono finiti nel mirino di Teheran a causa della disputa sulle isole di Abu Musa e Greater Tunb, contese fin dal 1971. I Guardiani della Rivoluzione hanno diffuso un avviso intimidatorio chiedendo agli abitanti di Ras Al Khaimah di lasciare la città, accusata di essere utilizzata per lanciare operazioni contro le isole iraniane. Un’escalation che conferma come il conflitto, iniziato con obiettivi militari precisi, stia ormai tracimando in una crisi regionale dalle molteplici sfaccettature, dove il diritto internazionale e la libertà di navigazione rischiano di essere le vittime principali.

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