Il ghiaccio che “fumava” e quell’ok da Napoli: la ricostruzione dell’operatrice di Bolzano nei verbali
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Redazione Interno
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Aveva notato quel caratteristico “fumo freddo” sollevarsi dal contenitore, una esalazione sottile ma inequivocabile che avrebbe dovuto far scattare un campanello d’allarme in chiunque avesse familiarità con le procedure di conservazione degli organi. E invece, in quella mattina del 23 dicembre all’ospedale San Maurizio di Bolzano, il vapore acqueo sprigionato dal ghiaccio secco venne interpretato come un dettaglio privo di particolare significato. Fu cosí che, stando a quanto emerge dalle testimonianze raccolte dai carabinieri del Nas di Trento e finite nel fascicolo coordinato dalla Procura di Napoli, l’operatrice sanitaria altoatesina – una figura che i verbali definiscono con una qualifica tanto burocratica quanto generica – si rivolse ai medici dell’équipe napoletana guidata dalla chirurga Gabriella Farina per chiedere se quel tipo di refrigerante potesse andare bene. La risposta, secca e apparentemente rassicurante, arrivò pronta: ricevettero l’ok, insieme alle indicazioni su come procedere per rabboccare il ghiaccio nel contenitore isotermico, versandolo “sotto e di lato”. Poi, a compiere materialmente l’operazione di inserimento del ghiaccio secco – quello che avrebbe letteralmente “bruciato” il cuoricino destinato al piccolo Domenico Caliendo – sarebbe stato un altro infermiere bolzanino, un operatore che oggi, sentito dagli inquirenti, si limita a dichiarare di avere semplicemente eseguito le direttive impartite dallo staff campano -3.
La dinamica dell’errore e le catene di comando in sala operatoria
Il racconto del dialogo intercorso in quella presala, subito all’esterno della sala operatoria dove si era appena concluso il prelievo multiorgano su un bambino di quattro anni, diventa un passaggio cruciale per comprendere la catena di responsabilità. L’operatrice, che avrebbe fornito il ghiaccio secco – un materiale mai utilizzato in quel contesto perché capace di congelare a settantanove gradi sotto zero e di danneggiare irrimediabilmente i tessuti organici –, ha spiegato agli investigatori di non avere una preparazione specifica per valutare le conseguenze di quell’utilizzo. La sua testimonianza, raccolta in un filone d’inchiesta delegato ai carabinieri del Nas di Trento, fotografa una situazione in cui la richiesta di integrare il refrigerante, partita dall’équipe del Monaldi, si sarebbe trasformata in un ordine eseguito senza che nessuno dei medici napoletani presenti, quelli con la responsabilità clinica dell’intera procedura di espianto e trasporto, verificasse la natura del ghiaccio o la sua idoneità. Da quanto trapela dagli atti, nessuno si sarebbe accorto della differenza sostanziale tra il ghiaccio tradizionale e quello secco, nonostante l’evidenza del “fumo” e nonostante le linee guida ne sconsiglino tassativamente l’uso a contatto con organi da trapiantare -2 -3.
La sequenza temporale e la telefonata dal parcheggio
Un altro elemento su cui gli inquirenti stanno concentrando la loro attenzione è la scansione minuziosa dei tempi, quel susseguirsi di minuti che potrebbe rivelare una gestione convulsa e poco ortodossa della fase terminale dell’intervento. Secondo le ricostruzioni che iniziano a emergere dalle sommarie informazioni testimoniali e dalle chat telefoniche sequestrate ai sette indagati – tra cui figurano, oltre alla Farina, il primario Guido Oppido e altri colleghi –, l’inizio dell’espianto del cuore malato di Domenico sarebbe scattato quando il nuovo organo non era ancora stato nemmeno consegnato al personale sanitario all’ingresso dell’ospedale. La telefonata che annunciava l’arrivo del cuore donato, quella arrivata dal parcheggio del San Maurizio, sarebbe giunta quando ormai il clampaggio – quel passaggio chirurgico che rappresenta il punto di non ritorno per la rimozione dell’organo ormai insufficiente – era già stato effettuato da almeno quattro minuti. Una tempistica, questa, che farebbe supporre una decisione presa in assenza della certezza che il cuore prelevato a Bolzano fosse giunto integro a destinazione e pronto per essere impiantato -10.
I contenitori inadeguati e la formazione mancante
A rendere ancora più complesso il quadro, le indagini e le relazioni tecniche inviate al Ministero della Salute dal Dipartimento di Prevenzione Sanitaria di Bolzano hanno messo in luce una serie di carenze strutturali e organizzative che sarebbero emerse già durante la fase di prelievo. L’équipe napoletana si sarebbe presentata con una dotazione tecnica quantomeno approssimativa: una borsa frigo considerata antiquata, un contenitore di plastica ritenuto dagli esperti piú adatto a conservare materiale istologico o un semplice pasto caldo piuttosto che un organo vitale, e una quantità di ghiaccio talmente esigua da rendere necessario, una volta sul posto, chiedere una integrazione al personale locale. E se da un lato gli accertamenti sembrano escludere, almeno per ora, profili di responsabilità diretta per i sanitari altoatesini – i quali avrebbero agito su richiesta e sotto la direzione dei colleghi campani –, dall’altro emerge come l’ospedale San Maurizio fosse in possesso di contenitori piú moderni, quelli della linea Paragonix con controllo termostatico, il cui utilizzo avrebbe però richiesto un corso di formazione che nessuno, a quanto consta, aveva mai completato -7 -8.




