Nucleare, i piccoli reattori modulari già operativi nel mondo e il nodo italiano
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Redazione Interno
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Mentre il disegno di legge delega sul nucleare, approvato dalla Camera con 155 voti favorevoli, si appresta a iniziare il suo iter al Senato, il dibattito pubblico sembra concentrarsi su una sigla che per molti è ancora avvolta dal mistero: gli SMR, acronimo di "Small Modular Reactors". Si tratta, in buona sostanza, di reattori di potenza ridotta – generalmente non superiore ai 300 megawatt, una frazione rispetto ai mostri da mille megawatt del secolo scorso – progettati per essere costruiti in serie in fabbrica e assemblati direttamente sul posto.
Una filosofia, quella della modularità, che secondo i sostenitori potrebbe finalmente domare i due grandi mostri che hanno sempre afflitto l'atomo civile: i costi folli e i tempi biblici dei cantieri tradizionali, laddove l’effetto scala viene sostituito dalla produzione seriale dei componenti.
Una realtà globale, non solo una promessa
Se in Italia si discute ancora di fattibilità, nel resto del mondo questi reattori – che la sinistra guarda con sospetto – non sono solo un esercizio di stile. Basti guardare il "database" mondiale: gli Stati Uniti guidano la classifica con 38 progetti, seguiti dalla Russia (17) e dalla Cina (10), senza dimenticare la Francia che ne ha in cantiere 9. Tra i modelli più avanzati c’è il "Nuward" transalpino, sviluppato da EDF, o l’americano "NuScale", che rappresentano l’evoluzione diretta della terza generazione nucleare.
Per capirci, stiamo parlando di reattori ad acqua che sfruttano sistemi di sicurezza cosiddetti "passivi": in caso di blackout, ad esempio, meccanismi basati su fenomeni fisici come la gravità subentrano automaticamente per raffreddare il nocciolo, senza bisogno di intervento umano o di alimentazioni esterne, un vantaggio non da poco rispetto al passato.
Non mancano nemmeno le prime pietre; in Canada, per esempio, il primo impianto di questo tipo è già in costruizione con l’obiettivo (si spera) di entrare in funzione nel 2029, segnando di fatto l’alba di questa nuova era.
La posizione del ministro Pichetto Fratin
Il quadro politico italiano, riassunto nelle dichiarazioni del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, è chiaro: "Il nucleare è parte del mix energetico che deve avere un paese moderno". Una frase, questa, ripetuta a margine dell’evento "Eni for a Just Transition" a Roma, che mira a integrare l’atomo con le rinnovabili – fotovoltaico, eolico, geotermico – piuttosto che sostituirle.
Il ministro ha parlato di "autonomia" e "sicurezza", termini che assumono un peso specifico notevole in un’epoca di tensioni geopolitiche e fluttuazioni dei prezzi del gas, definito dallo stesso Pichetto come una "forma di accompagnamento". Il governo, forte dell’approvazione alla Camera, punta ad approvare la legge delega entro la pausa estiva per poi lavorare ai decreti attuativi, con l’obiettivo di vedere i primi reattori accendersi (forse) all’inizio del prossimo decennio.
La memoria dei referendum e il futuro legislativo
Tuttavia, pesa come un macigno la memoria storica: due date, novembre 1987 e giugno 2011, che hanno segnato la fine dell’avventura nucleare italiana. Il primo, seguito al disastro di Chernobyl, portò alla chiusura degli impianti di Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano; il secondo, alimentato dal trauma di Fukushima, travolse i tentativi di ritorno al nucleare del governo Berlusconi con un plebiscito del 94% dei votanti.
Oggi, però, la domanda è obbligata: serve un nuovo referendum? La risposta degli addetti ai lavori, come riporta il Corriere della Sera, si basa sulla giurisprudenza della Corte Costituzionale: il vincolo referendario decade se mutano "le condizioni oggettive" o "la situazione politica".
E quindici anni dopo, con una tecnologia radicalmente cambiata e uno scenario energetico globale segnato da crisi e guerre, molti giuristi ritengono che quello spazio per legiferare si sia riaprtro, fermo restando che una nuova legge potrebbe comunque essere soggetta a un eventuale referendum abrogativo in futuro. Non si tratta di dimenticare il passato, ma di registrare che il presente, quello dei piccoli reattori già operativi o in cantiere altrove, pone delle domande alle quali l’Italia dovrà pur trovare una risposta.




