Trump studia l'attacco all'Iran tra l'impasse nucleare e le proteste a Teheran
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Redazione Esteri
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La frase, pronunciata quasi di sfuggita durante un'intervista, ha il peso specifico di una dichiarazione informale ma il suo significato, per chi segue le dinamiche mediorientali, è invece chiarissimo: Donald Trump, come ha riferito alla stampa, sta “considerando” l'ipotesi di un attacco militare limitato contro l'Iran. Non si tratterebbe, almeno in questa fase iniziale, dell'operazione totale che per settimane è stata al centro delle riunioni al Pentagono, ma di un'azione circoscritta – qualche installazione militare o governativa – il cui scopo principale sarebbe quello di imprimere un'accelerazione drammatica a un negoziato che, negli ultimi colloqui indiretti di Ginevra, ha sostanzialmente segnato il passo -2-7.
L’amministrazione americana, di fatto, ha messo in campo una strategia duplice e parallela: da un lato la diplomazia, con gli inviati speciali Jared Kushner e Steve Witkoff che continuano a interfacciarsi con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi; dall'altro, e in maniera sempre più visibile, una pressione militare senza precedenti dagli anni dell'invasione dell'Iraq. Nel Golfo Persico e nel Mar Arabico, la concentrazione di mezzi è impressionante: due portaerei, la USS Abraham Lincoln e la USS Gerald R. Ford, decine di caccia stealth F-35 e F-22, e bombardieri B-52 pronti all'impiego -1-6. Un dispiegamento di forze, questo, che rende politicamente complesso per la Casa Bianca fare marcia indietro senza aver ottenuto qualcosa in cambio.
E il nodo della trattativa, com'è noto, è sempre lo stesso e riguarda il livello di arricchimento dell'uranio. Teheran, attraverso i suoi canali, ha fatto sapere di essere disposta a discutere del proprio stockpile di uranio arricchito al 60% (una soglia tecnicamente vicina al grado bellico) e ad accettare verifiche internazionali più stringenti, ma la linea rossa che gli ayatollah non intendono superare è l'abbandono totale dell'arricchimento sul proprio suolo -3-8. Una posizione che si scontra frontalmente con la richiesta americana, sostenuta anche dall'alleato israeliano, di uno “zero enrichment” che smantelli di fatto ogni infrastruttura nucleare del paese. La bozza di accordo che Araghchi ha promesso di consegnare nei prossimi giorni ai rappresentanti Usa rappresenta l'ultimo tentativo di colmare questo divario, ma la finestra temporale, come ha ribadito lo stesso Trump, è strettissima: dieci o quindici giorni per trovare un'intesa, pena il verificarsi di “cose veramente brutte” -1-7.
La tensione interna e le voci dai campus
A rendere il quadro ancora più incandescente, e a complicare ulteriormente le valutazioni della leadership iraniana, è ciò che sta accadendo all'interno dei confini della Repubblica Islamica. Dopo le proteste di gennaio, represse nel sangue con un bilancio di vittime che le organizzazioni internazionali stimano essere nell'ordine di diverse migliaia, ieri i campus universitari di Teheran e Mashhad sono tornati a essere teatro di manifestazioni -4. All'Università Sharif di Teheran, così come in altri atenei, centinaia di studenti sono scesi in piazza sventolando bandiere iraniane e intonando slogan inequivocabili contro la Guida Suprema, Ali Khamenei. “Morte al dittatore” e “Studenti, gridate per i vostri diritti” sono alcuni dei cori che sono stati documentati e diffusi sui social network, in una sfida aperta al regime che assume contorni particolarmente significativi proprio mentre il paese è sotto la minaccia di un attacco esterno -4-9.
In alcuni video, tra la folla di manifestanti, si sentono distintamente voci che esortano gli Stati Uniti a colpire il governo, utilizzando espressioni come “finisci il lavoro”, un appello diretto a Washington perché approfitti della debolezza interna del regime -9. Una richiesta che, se da un lato testimonia la profondità del malcontento popolare, dall'altro inserisce una variabile impazzita in uno scenario già di per sé esplosivo. Le forze di sicurezza e i contro-manifestanti filogovernativi non sono rimasti a guardare, e gli scontri che ne sono seguiti hanno confermato come il malessere sociale ed economico, unito alla repressione, abbia eroso il consenso interno in un momento in cui l'unità nazionale sarebbe per Khamenei l'arma più efficace contro le pressioni straniere.
La macchina militare in posizione
Mentre la diplomazia cerca un compromesso sull'atomo e le piazze iraniane ribollono, la macchina da guerra americana ha completato la fase di dispiegamento. Oltre alle due portaerei e alla loro scorta, il Pentagono ha inviato nel teatro mediorientale un numero imponente di velivoli da combattimento, con decine di F-35, F-22 e F-16 atterrati nelle basi della regione nelle ultime quarantotto ore -6. Oltre centocinquanta voli cargo militari hanno trasferito munizioni e sistemi d'arma, posizionando le forze statunitensi in una condizione di prontezza operativa che non si vedeva da tempo.
L'ipotesi al momento più accreditata, qualora Trump dovesse dare il via libera, è quella di una campagna della durata di settimane, condotta probabilmente in coordinamento con Israele, e non limitata a un singolo raid -2-6. Un'operazione che potrebbe avere obiettivi progressivi: iniziare con attacchi mirati alle fabbriche di missili balistici o ai siti nucleari sotterranei, per poi estendersi, in caso di mancata resa, fino a colpire il cuore del potere politico e militare del regime, inclusi i vertici del dei Guardiani della Rivoluzione. La stessa intelligence americana, secondo quanto filtrano i media, avrebbe preparato opzioni che includono l'eliminazione fisica di figure chiave della leadership, per quanto su questo aspetto il riserbo sia totale -2. Quella che si profila all'orizzonte, insomma, è una crisi dagli esiti imprevedibili, in cui il countdown per la pace o per la guerra è già iniziato.




