Il caro-carburanti viaggia con la guerra: a Foggia il diesel sfiora i 2,20 euro, e sulle autostrade italiane si toccano punte di 2,50

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’escalation militare in Medio Oriente, con gli Stati Uniti di Donald Trump e Israele impegnati nelle operazioni contro l’Iran, ha innescato un effetto domino che dalle coste del Golfo Persico si è riversato direttamente sui distributori italiani. Già nelle ore immediatamente successive ai primi raid, la reazione dei mercati energetici è stata violenta e immediata, determinando un’impennata dei listini alla pompa che in alcune regioni, e la Puglia non fa eccezione, ha raggiunto livelli considerevoli. A Foggia, come nel resto del capoluogo dauno, il prezzo del diesel si aggira ormai stabilmente su valori che oscillano tra 1,94 e 2,20 euro al litro, a seconda che ci si rifornisca sulla rete urbana o sulle arterie di grande comunicazione. Il dato, peraltro, non sorprende gli analisti: la chiusura de facto dello Stretto di Hormuz, passaggio attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, ha di fatto paralizzato l’invio di circa 140 milioni di barili di greggio, costringendo colossi come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi a fermare la produzione e riempiendo gli stoccaggi locali oltre ogni capacità di contenimento.

Il governo studia le contromisure mentre l’Agenzia internazionale dell’energia rilascia le riserve strategiche

Di fronte a questa impennata, che l’Aie ha definito come la più grave interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale, il Governo italiano ha annunciato l’intenzione di intervenire con misure di compensazione mirate. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, intervenuto durante il question time al Senato, ha chiarito che l’esecutivo sta mettendo a punto un pacchetto di provvedimenti pensati per attenuare l’impatto del caro-energia sui redditi più bassi e per sostenere le aziende dell’autotrasporto, settore tra i più esposti alla volatilità del gasolio. L’idea, ha spiegato il ministro, è quella di presentare alle forze produttive e sociali le linee d’intervento non appena si avrà una contezza più chiara sulla durata e sulle reali conseguenze del conflitto. Nel frattempo, su scala internazionale, l’Agenzia internazionale dell’energia, forte del sostegno politico dei Paesi del G7, ha già attivato i meccanismi per il rilascio coordinato di riserve strategiche nazionali fino a 400 milioni di barili, una misura che raddoppia di fatto i 182 milioni di barili immessi sul mercato all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, e che mira a fornire un cuscinetto in attesa che i flussi tornino alla normalità.

L’Europa divisa tra interventi d’emergenza e la ricerca di una strategia comune contro il caro-benzina

Mentre il Brent è tornato a superare la soglia psicologica dei cento dollari al barile, toccando punte di 110-120 dollari, i governi del Vecchio continente si trovano a dover scegliere come rispondere alla nuova crisi energetica, e non lo stanno facendo in modo uniforme. Alcuni Stati membri, come Italia, Austria e Slovenia, premono su Bruxelles affinché adotti misure straordinarie e coordinate, sul modello di quelle varate due anni fa: si parla di tetti al prezzo del gas, di una tassazione straordinaria sugli extraprofitti delle compagnie energetiche e di un allentamento delle regole sugli aiuti di Stato per consentire sussidi a famiglie e imprese. Dall’altro lato, Paesi con maggiori disponibilità di bilancio e un mix energetico più diversificato, come quelli del Nord Europa, tendono a preferire soluzioni nazionali, opponendosi a meccanismi di intervento comunitario che considerano potenzialmente distorsivi per il mercato. In Spagna, ad esempio, il governo ha già varato misure per contenere i prezzi, mentre in Italia l’allarme è stato rilanciato dalle associazioni dei consumatori: il Codacons ha denunciato il raggiungimento di 2,50 euro al litro per il diesel in autostrada, una cifra che, se confermata, renderebbe proibitivo il costo della mobilità per privati e professionisti.

Pasdaran e blocco navale: l’offensiva nello Stretto di Hormuz congela il mercato globale

All’origine della crisi, come detto, vi è la decisione dei pasdaran di inibire l’accesso allo Stretto di Hormuz in risposta ai raid congiunti di americani e israeliani su Teheran. La conseguenza immediata, certificata anche dall’Unctad, l’agenzia delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, è stato un crollo verticale del traffico navale nell’area, diminuito del 97% nell’arco di poche ore. Questo blocco sostanziale ha prodotto un effetto a catena sull’intera filiera logistica ed estrattiva: i giacimenti in Iraq, Kuwait e negli stessi Emirati Arabi Uniti sono stati costretti a ridurre la produzione per l’impossibilità di caricare il greggio sulle navi cisterna in attesa al largo, e diverse raffinerie della regione hanno dichiarato lo stato di forza maggiore, non essendo in grado di onorare i contratti di fornitura precedentemente sottoscritti. Il Qatar, dal canto suo, ha dovuto temporaneamente sospendere la produzione di gas naturale liquefatto dopo che due delle sue strutture sono state colpite da droni, un evento che da solo ha provocato un balzo del 50% del prezzo del gas in Europa, riaccendendo i timori di una nuova crisi energetica simile a quella del 2022.

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