Lufthansa perde il 18%, Air France-Klm crolla del 30%, il caro biglietti non basta a salvare le compagnie aeree dal crollo in borsa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non bastano gli aumenti tariffari applicati ai biglietti, messi in pratica un po’ ovunque per arginare le perdite, a salvare il comparto del trasporto aereo mondiale dalla tempesta perfetta che sta colpendo i listini. Il settore, messo alle strette dalle conseguenze economiche della guerra in Iran, registra una vera e propria emorragia di capitali: i numeri parlano chiaro e raccontano di un crollo generalizzato, con poche eccezioni che si salvano dal tracollo. Lufthansa, il colosso tedesco che oggi controlla anche ITA Airways – l’erede della vecchia Alitalia – ha visto il proprio Titolo scendere del 18% nell’ultimo mese, un dato che, per quanto pesante, la pone tra le realtà che hanno retto meglio l’urto. Ben più drammatiche le performance di Air France-Klm, finita in rosso del 30%, e della low cost Wizzair, sprofondata del 34%.

Le low cost in difficoltà, easyJet accusa un -26% mentre Ryanair limita i danni

Nel panorama delle compagnie low cost, che storicamente hanno sempre mostrato una maggiore resilienza nelle fasi di crisi grazie a modelli operativi più snelli, le differenze di rendimento sono nettissime. Ryanair, che sinora ha saputo navigare meglio tra gli scogli dell’emergenza, si ferma a una flessione del 12%; una performance che, confrontata con quella della rivale easyJet, appare quasi virtuosa. Quest’ultima, infatti, ha visto la propria capitalizzazione ridursi di oltre un quarto, segnando un -26% che fotografa la fragilità del settore di fronte a variabili macroeconomiche incontrollabili.

Conflitto in Medio Oriente e caro carburante, il nodo dei voli cancellati verso l’Asia

A complicare ulteriormente lo scenario è la situazione geopolitica, con il conflitto in Medio Oriente che continua a imporre cambi di rotta e tagli alle tratte. La piattaforma di analisi Oag ha definito la situazione come una “confusione controllata”, sottolineando come il settore sia oggi costretto a operare continui aggiustamenti, specialmente per i vettori dell’area del Golfo. La differenza sostanziale rispetto ad altre crisi epocali, come quella successiva all’11 settembre o la pandemia da Covid, risiede nella flessibilità: le compagnie, forti delle lezioni apprese, stanno cercando di gestire l’emergenza con una capacità di adattamento senza precedenti. A pesare in modo determinante sul conto economico è l’impennata del costo del carburante, con il jet fuel che ha quasi raddoppiato le quotazioni dall’inizio delle ostilità nel Golfo, avvenute il 28 febbraio.

In questo contesto, le ripercussioni si fanno sentire anche sulle rotte internazionali, con un impatto diretto sui voli per l’Asia. Tra le prime a muoversi c’è Cebu Pacific, la compagnia filippina che, attraverso una nota ufficiale diffusa il 23 marzo, ha annunciato una revisione strutturale della propria rete di voli. La decisione, formalizzata per far fronte all’aumento dei costi operativi e all’incertezza dei mercati globali, conferma come le tensioni in Medio Oriente stiano iniziando a tradursi in cancellazioni concrete e modifiche sostanziali ai collegamenti intercontinentali.

Prenotazioni in tilt, la ricetta delle low cost tra redistribuzione e rincari

Per resistere alla crisi, le compagnie – in particolare quelle a basso costo – stanno mettendo in campo una serie di strategie che vanno oltre il semplice aumento dei prezzi. Si lavora su più fronti: dalla redistribuzione della capacità verso le destinazioni europee, dove la domanda tiene meglio, alla gestione dei cambi di prenotazione, fino all’utilizzo di coperture finanziarie per arginare il caro-carburante. Il messaggio che arriva dal comparto è quello di un’industria che cerca di “tenere”, almeno sul fronte europeo, sebbene si registrino inevitabili rallentamenti verso destinazioni sensibili come l’Egitto, dove l’instabilità regionale ha frenato la domanda. Un mosaico di difficoltà, insomma, in cui il crollo delle quotazioni in borsa rappresenta solo la punta dell’iceberg di una crisi profonda, fatta di rotte da ripensare e costi lievitati che minano alla base la redditività del settore.

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