Niscemi, millecinquecentoquaranta sfollati: il conto delle istanze e l’attesa per i contributi. Il ministro Pichetto Fratin e il sistema che mancava
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Redazione Interno
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Il numero esatto, certificato dal sindaco Massimiliano Conti durante l’audizione in Commissione Ambiente alla Camera, fotografa una dimensione che supera l’emergenza contingente per radicarsi come ferita strutturale del territorio: millecinquecentoquaranta persone – e l’asticella, nei proclami istituzionali, non viene posta come provvisoria – non possono più fare ritorno nelle proprie abitazioni. Il primo cittadino di Niscemi ha inoltre dettagliato l’afflusso delle richieste per il Contributo di assistenza spontanea, quantificando in quattrocentosessantaquattro le istanze pervenute; la macchina comunale, ed è questa la previsione riferita nel corso dell’audizione, conta di avviare l’erogazione delle somme nell’arco di quarantotto-settantadue ore. Vi sono ancora quaranta persone, tra coloro che sono stati sgomberati, le quali – per le più disparate ragioni logistiche o per la saturazione delle prime accoglienze – non hanno trovato una ricollocazione stabile e ricevono in questa fase assistenza diretta.
L’intervento del capo della Protezione Civile, Fabio Ciciliano, ha tagliato corto su qualsivoglia illusione di ritorno: la fascia che si estende da zero a cinquanta metri, ha scandito senza lasciare spiragli, non sarà più abitata. Novantanove nuclei familiari sanno dunque di aver varcato per l’ultima volta la soglia di casa; il lessico usato da Ciciliano non parla di speranza ma di «soluzioni per ricollocare», un costrutto amministrativo che trasferisce la questione dall’alveo emotivo a quello delle procedure. Non è, quella in atto a Niscemi, una semplice frana – hanno ripetuto in molti, sindaco in testa – almeno se per frana si intende uno scivolamento circoscritto e archiviabile; ciò che è accaduto nel nisseno ha piuttosto i connotati di una revisione forzosa e permanente della geografia abitativa.
A margine del convegno romano Beyond Climate – Tecnologie trasformative per la sicurezza ambientale nell’era dei cambiamenti climatici, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin ha offerto una chiave di lettura che sposta il baricentro dalla gestione del post-disastro alla prevenzione mancata. Se il Sistema Integrato di Monitoraggio e Previsione, ha argomentato il ministro, fosse già stato operativo, la sequenza di smottamenti che ha portato al collasso sarebbe stata probabilmente tracciata in itinere; l’aggravarsi delle condizioni del versante, secondo la sua valutazione, difficilmente sarebbe avvenuto senza che la strumentazione lo rilevasse. La piattaforma SIM – finanziata dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza con cinquecento milioni di euro e sviluppata da un partenariato che include Leonardo e DXC, oltre a una trentina di aziende specializzate – costituisce un’infrastruttura nazionale senza precedenti in Europa, capace di processare mediante intelligenza artificiale e supercalcolo i dati provenienti da oltre quaranta enti pubblici e più di tremila fonti informative -2. Il potenziamento delle reti di monitoraggio assorbe da solo duecentocinquanta milioni di quella dotazione; trentacinque milioni sono invece destinati ai rilievi lidar e gravimetrici sull’intero territorio nazionale -2.
Il crinale tra l’innovazione tecnologica e l’assenza al momento del bisogno
La circostanza, ed è lo stesso Pichetto Fratin a rimarcarla senza perifrasi, è che per Niscemi questa architettura tecnologica è arrivata in ritardo. Non si può fermare una frana con un decreto, ha ammesso il ministro, e non si può tornare indietro; lo scivolamento è avvenuto, la massa di terra e detriti ha compiuto il suo percorso, e ora l’unico margine d’azione – al netto degli indennizzi e degli aiuti di sistema – consiste nel monitorare l’evoluzione del movimento e nel valutare interventi che potrebbero spingersi fino alla demolizione volontaria degli immobili irrimediabilmente compromessi -5. L’amara constatazione, per i residenti di quella fascia inagibile, è che il Sistema Integrato di Monitoraggio rappresenta oggi una promessa mantenuta per il futuro ma inadempiuta per il loro passato prossimo.
La ricollocazione come capitolo ordinamentale e non più eccezionale
Mentre il ministro illustrava a Roma le potenzialità del SIM, alla Camera il sindaco Conti dettagliava la fase esecutiva della ricollocazione: le centinaia di istanze attendono ora l’accredito dei contributi, e il cronoprogramma – due, massimo tre giorni – è stato comunicato con l’asciuttezza di chi sa di dover trasformare un impegno orale in disponibilità liquida immediata. La Protezione Civile, per bocca di Ciciliano, ha già attivato i tavoli per definire le opzioni abitative alternative; l’aggettivo «definire», in questo contesto, vale come assenso alla natura permanente dell’allontanamento. Le quaranta persone ancora prive di sistemazione rappresentano la coda più vulnerabile di un esodo che non ha destinazione certa né data di rientro.
La concomitanza temporale tra l’audizione di Conti, l’intervento di Pichetto Fratin e la presentazione della piattaforma SIM – tutto concentrato nella stessa giornata romana – ha offerto un contrappunto involontario quanto efficace: da un lato l’annuncio di ciò che sarà possibile prevenire, dall’altro la conta di ciò che non si è potuto fermare. Il ministro ha parlato di «certezza in più per la sicurezza ambientale»; a Niscemi, millecinquecentoquaranta persone quella certezza la stanno aspettando ancora, e nel frattempo compilano moduli, attendono bonifici, cercano quattro mura che non sono quelle di prima.




