L’incerto confine tra camorra e follia: l’attentato al giovane cronista Adriano Cappellari scuote l’altopiano di Asiago
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Redazione Interno
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ENEGO – L’abito del paladino dell’antimafia, per usare un eufemismo, non gli calza affatto. Anzi, gli rimane largo addosso, quasi fosse stato cucito su una sagoma che Adriano Cappellari, vent’anni e un tesserino da pubblicista ancora in fase di lavorazione, non ha mai realmente voluto indossare. «Io? Preso di mira dalla Camorra? E proprio qui, a Enego, a mille chilometri da Napoli, per un articolo pubblicato su un quindicinale di provincia?», ripete con un misto di incredulità e smarrimento il giovane cronista.
Eppure, quel cocktail esplosivo composto da taniche di benzina e bombole a gas, innescato sotto casa sua nottetempo, è una realtà con cui deve fare i conti, così come le autorità che indagano su un attentato che sembra uscito da una sceneggiatura distopica più che dalla cronaca di un tranquillo paese di montagna.
La dinamica dell’attentato e i precedenti
Sabato notte, mentre i villeggianti affollavano i pochi caffè ancora aperti nel centro storico, un individuo con il volto coperto dal passamontagna si è avvicinato all’abitazione di Cappellari. Le telecamere di sorveglianza, installate proprio su suggerimento dei carabinieri dopo i primi episodi sospetti, lo hanno immortalato: impugnava quella che sembrava una pistola e trasportava un pacco artigianale, poi esploso con un boato che ha svegliato l’intero vicinato.
Fortuna ha voluto che l’esplosione danneggiasse principalmente la recinzione e alcuni infissi, senza ferire il diretto interessato, rientrato da pochi minuti da una cena dai vicini. L’episodio, tuttavia, rappresenta solo l’ultimo, violentissimo anello di una catena di intimidazioni che si trascina da mesi. Si parla di tre lettere minatorie ricevute nel tempo, con un crescendo inquietante: l’ultima, recapita a marzo, conteneva addirittura dei proiettili.
A fare da collante a questa escalation, la presenza costante di fotografie del giornalista sfigurate da croci rosse o “X” sul volto, spesso affiancato da don Maurizio Patriciello, il parroco anticamorra di Caivano.
La pista camorrista, un dubbio più che una certezza
Nonostante la spettacolarità del gesto, l’ipotesi di un collegamento diretto con i clan campani viene accolta con scetticismo sia dagli inquirenti che dalla stessa vittima. Lo stesso parroco, don Patriciello, ha parlato di “metodo mafioso” nell’intimidazione, ma senza sbilanciarsi sulla provenienza geografica del mandante; anzi, ha confessato di temere più “il matto di turno” piuttosto che un killer professionale mandato da Gomorra. A Enego, paese dell’estremo lembo dell’altopiano di Asiago, la geografia della criminalità organizzata sembra lontana, quasi astratta.
«Non riesco a immaginare un emissario della Camorra che si mimetizzi tra i turisti in vacanza», ha commentato qualcuno, sottolineando come l’attentatore conoscesse perfettamente gli spazi e gli orari del paese, tanto da sbagliare bersaglio (ha piazzato l’ordigno davanti all’uscio dei vicini, non a quello della sua vera abitazione). Questo dettaglio, più di altri, alimenta la pista del “lupo solitario”, forse un perturbato o un insospettabile vicino di casa mosso da rancori personali o vecchie faide locali, piuttosto che un esecutore di un sistema criminale strutturato.
Il retroscena Report e la trama degli screzi locali
Nell’intrico delle indagini emerge un’ombra più vicina, forse meno affascinante ma concretissima. Una pista che riconduce a una segnalazione fatta dal giornalista a gennaio del 2025, indirizzata a Sigfrido Ranucci, noto conduttore di Report. Cappellari aveva scritto alla trasmissione Rai per denunciare un presunto illecito morale riguardante l’ex sindaco e l’ex vicesindaco di Enego, Ivo Boscardin e Stefania Simi.
«Erano stati minacciati e avevano ottenuto quarantamila euro di risarcimento dal ministero», spiega Cappellari, «ma pur avendo promesso in campagna elettorale di devolvere il denaro al Tavolo della legalità, una volta non rieletti se li sono intascati». Legalmente lecito, ma eticamente ambiguo. La puntata di Report, ovviamente ispirata dal suo input, mandò in onda le rispettive versioni, gettando un imbarazzante alone di sospetto sulla passata amministrazione.
Benché il giornalista escluda che questa vicenda possa essere all’origine dell’attentato, gli investigatori hanno dovuto necessariamente valutare tutti i fronti di conflitto, inclusa la possibilità di una faida orchestrata per creare un depistaggio ad alto livello.
La solidarietà istituzionale e la paura di un paese senza tempo
La reazione politica al gesto non si è fatta attendere. Una telefonata del ministro degli Esteri Antonio Tajani (lasciata senza risposta dal giovane, impegnato a gestire lo shock), i messaggi della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha parlato di “attacco irricevibile alla libertà di stampa”, e un vertice in prefettura che ha deciso per il rafforzamento della sorveglianza nei pressi della sua abitazione. Tuttavia, mentre i riflettori dei media nazionali si accendono su questo angolo di Veneto, gli inquirenti mantengono la prudenza.
Il brigadiere dei carabinieri, che abita a pochi passi, fu il primo ad accorrere sul posto, testimoniando un clima ormai surreale. Enego, del resto, è un paese abituato ai misteri insoluti: si torna con la mente all’efferato delitto dei coniugi Miola del 2005, un duplice omicidio rimasto senza colpevoli nonostante l’intero paese si fosse sottoposto al test del DNA.
Anche stavolta, l’ombra della pianificazione del terrore si insinua tra le case in pietra e le seconde case dei vacanzieri milanesi, lasciando un interrogativo pesante: chi, esattamente, vuole davvero fare del male a questo ragazzo, e cosa spera di ottenere? Per ora, tra gli investigatori prevale l’idea di un attentatore solitario o di un depistaggio studiato a tavolino, mentre lo stesso Cappellari, provato ma lucido, cerca di proteggere i vicini, le vere vittime collaterali di una notte di follia.




