Il ritorno del diesel Stellantis e lo spostamento del baricentro industriale negli Stati Uniti
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Redazione Economia
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La strategia industriale di Stellantis, in queste settimane, si muove lungo un doppio binario apparentemente contraddittorio ma in realtà complementare, con l'Europa che riscopre il fascino del gasolio proprio mentre il vero motore degli investimenti, e delle speranze di crescita, romba sempre più forte oltre Atlantico. Se da un lato, infatti, il gruppo guidato da John Elkann ha rimesso al centro dei listini del Vecchio Continente ben sette modelli alimentati a diesel, includendo nel novero marchi del calibro di Opel, Peugeot, Citroën e persino Alfa Romeo, dall'altro i numeri e le scelte di portafoglio disegnano una traiettoria chiara: il futuro industriale del colosso, nato dalla fusione tra Fiat Chrysler e PSA, guarda con decisione agli Stati Uniti -2 -3.
Questa rinnovata attenzione per il diesel in Europa, che potrebbe apparire come un passo indietro rispetto alla transizione ecologica, si sostanzia in operazioni concrete come il ritorno del 1.5 BlueHDi, un propulsore di chiara discendenza Ford (il progetto DLD-415, un tempo impiegato su modelli come la Focus o la EcoSport) che oggi, nella sua evoluzione DV5, equipaggia compatte e medie di successo come le Opel Astra e le Peugeot 308 grazie ai suoi 131 cavalli, e che viene proposto con un monoblocco interamente in alluminio, testa compresa, a testimonianza di affinamenti tecnici non trascurabili -5 -9. Parallelamente, per rispondere alle esigenze di chi il lavoro lo fa su strada, Citroën rilancia il Berlingo a gasolio nella sua versione da 100 cavalli, con un prezzo di partenza fissato a 23.900 euro e due allestimenti, Plus e Max, pensati su misura per professionisti, flotte aziendali e piccole imprese, andando così ad affiancare, e non a sostituire, l'alternativa a batteria già presente in gamma nel segmento C-VAN -3 -8.
La svolta americana da tredici miliardi di dollari
Ma è sul fronte occidentale dell'Atlantico che si gioca la partita più ambiziosa. Stellantis ha annunciato un piano di investimenti da 13 miliardi di dollari, destinato a espandere la capacità produttiva negli States, con l'obiettivo dichiarato di incrementare la produzione interna del 50% e di creare oltre cinquemila posti di lavoro. Questa mossa, la più ingente nella centenaria storia del gruppo sul suolo americano, non è solo una dichiarazione d'intenti, ma un adeguamento strategico a uno scenario geopolitico mutato, dove l'amministrazione del presidente Trump, con le sue politiche protezionistiche e i dazi sulle auto prodotte in Canada e Messico, ha di fatto ridefinito le convenienze produttive. L'amministratore delegato Antonio Filosa, che ha preso le redini in un periodo complesso, ha parlato chiaramente della necessità di assorbire l'impatto dei dazi, che per l'anno in corso potrebbero costare al gruppo circa 1,7 miliardi di dollari, e di farlo proprio attraverso un rilancio della redditività nordamericana, puntando su nuovi modelli e su powertrain aggiornati che verranno distribuiti su tutti gli stabilimenti americani entro il 2029.
Il rilancio produttivo e la questione tariffaria
Le cifre messe in campo sono imponenti e toccano diversi poli industriali. Si parla della riapertura dello stabilimento di Belvidere, in Illinois, che tornerà a produrre due nuovi modelli Jeep, la Cherokee e la Compass, a partire dal 2027, generando circa 3.300 posti di lavoro. In Ohio, Toledo vedrà l'assemblaggio di un nuovo pick-up di medie dimensioni, mentre in Indiana, a Kokomo, oltre cento milioni di dollari verranno stanziati per produrre i nuovi motori GMET4 EVO, progettati per alimentare sia le versioni ibride che quelle puramente a combustione interna. Questa massiccia iniezione di capitali, che coprirà costi di ricerca e sviluppo e forniture, serve anche a riequilibrare una bilancia produttiva che oggi vede otto milioni di veicoli assemblati in patria e ben otto milioni importati, di cui quattro da Canada e Messico e altrettanti da Europa e Asia, questi ultimi privi di componenti statunitensi. L'obiettivo, quindi, è duplice: da un lato ammortizzare l'impatto dei dazi e dall'altro rispondere a una domanda interna che, contrariamente a certe aspettative, chiede ancora motori termici, tanto che la casa ha recentemente riportato in auge il possente V8 Hemi per il Ram 1500.
La tecnologia diesel e le sfide di mercato
Mentre negli States si punta su una produzione integrata e massiccia, in Europa la sfida del diesel si gioca sul filo della domanda residua e della convenienza. Il ritorno del gasolio, che nel 2025 secondo i dati ACEA pesava solo per il 7,7% delle immatricolazioni contro il 19,5% delle elettriche pure, è una scommessa che Stellantis gioca sulla volontà di offrire alternative ai clienti, mantenendo in produzione modelli come il DS 7 o la gamma Alfa Romeo, per i quali la richiesta, specialmente su alcuni mercati, non è mai venuta meno. La casa, interpellata dall'agenzia Reuters, ha confermato questa linea, spiegando di voler mantenere i motori diesel nel proprio portafoglio e, in certi casi, addirittura ampliare l'offerta di motorizzazioni, una scelta che va letta anche come un argine alla concorrenza cinese, focalizzata quasi esclusivamente sull'elettrico e quindi incapace di presidiare il segmento delle vetture a gasolio. La nuova offerta, che riguarda anche versioni aggiornate del 2.2 litri per i van medi come Citroën Jumpy e Peugeot Expert, promette maggiore efficienza e consumi ridotti, in attesa di capire se questa controtendenza sarà sufficiente a bilanciare le pressioni normative e le fluttuazioni della domanda in un continente, l'Europa, che sembra aver perso la sua centralità nelle strategie del gruppo.




