Opec aumenta la produzione, ma lo stallo a Hormuz tiene il petrolio sopra i 113 dollari

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La riunione virtuale di domenica – convocata in un clima di crescente tensione internazionale – ha prodotto un annuncio tanto atteso quanto, forse, ininfluente: i principali otto membri dell’Opec+ hanno deciso di incrementare le quote di estrazione di greggio di 206.000 barili al giorno a partire da maggio. Una cifra che, a prima vista, potrebbe sembrare significativa, ma che va misurata sulla scala dell’emergenza in atto. Lo Stretto di Hormuz, quel sottile corridoio marittimo attraverso cui transita gran parte dell’oro nero mondiale, resta di fatto paralizzato dal conflitto aperto tra Stati Uniti e Iran. E senza quel passaggio, ogni tentativo di rifornire il mercato rischia di rivelarsi un’illusione.

Il prezzo del petrolio, infatti, non ha mostrato alcuna flessione. Anzi, in apertura di settimana il WTI ha toccato quota 113,69 dollari al barile (+1,93%), mentre il Brent si è attestato a 110,67 dollari (+1,64%). Un dato, quest’ultimo, che racconta meglio di qualsiasi analisi l’inefficacia del piccolo aggiustamento concordato. Perché 206.000 barili al giorno rappresentano meno del 2% dell’offerta che è stata letteralmente tagliata fuori dalla chiusura di Hormuz. A nulla vale, in questo contesto, la buona volontà di Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman: gli unici che potrebbero davvero fare la differenza – cioè i primi quattro tra quelli elencati – non riescono comunque a far uscire il proprio petrolio dall’area del Golfo. Una contraddizione che rende l’aumento quasi teorico.

L’ultimatum di Trump e la pressione sui mercati

A tenere banco, più delle quote Opec+, sono state le parole del presidente americano, Donald Trump – ormai da oltre un anno nuovamente alla Casa Bianca – che ha lanciato un ultimatum senza precedenti a Teheran: riaprire lo stretto o subire attacchi contro le infrastrutture energetiche. Un’intimidazione che non ha lasciato indifferenti gli operatori, già provati da settimane di incertezza. Il blocco dello Stretto di Hormuz, va ricordato, interrompe le esportazioni proprio di quei Paesi – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq – che sarebbero gli unici a poter disporre di capacità di riserva per un aumento consistente della produzione. Così, la decisione tecnica dell’Opec+ rischia di restare sulla carta: annunciata con enfasi, ma di fatto inapplicabile finché il conflitto in corso impedirà il passaggio delle navi cisterna.

Un aumento simbolico in un mercato strozzato

Nessuno, tra gli analisti, si aspettava una svolta decisiva da quell’incontro virtuale. Tuttavia, il modesto incremento di 206.000 barili al giorno – meno di un terzo di quanto servirebbe solo a coprire le interruzioni giornaliere – ha confermato un dato ormai evidente: l’Opec+ non può sostituirsi alla geografia. Senza accesso a Hormuz, il greggio saudita, emiratino, kuwaitiano e iracheno rimane a terra. E gli altri quattro firmatari dell’accordo (Russia, Kazakistan, Algeria e Oman) non hanno né le infrastrutture né i volumi per colmare il vuoto. Così, il prezzo del petrolio continua a correre, alimentato non tanto dalla domanda reale, quanto dall’incertezza su quanto durerà ancora lo stallo. E ogni nuovo annuncio, anche se formale, viene valutato dal mercato come un tentativo di arginare il panico, più che come una soluzione concreta.

Il nodo irrisolto dello Stretto di Hormuz

La crisi attuale ha un epicentro preciso, ed è quello stretto largo una trentina di chilometri tra Oman e Iran. Da lì passa circa un quinto del petrolio mondiale. Chiuderlo, anche solo parzialmente, significa innescare una reazione a catena sui prezzi che nessun aumento concordato a tavolino può neutralizzare. La decisione dell’Opec+, per quanto tecnicamente corretta, si scontra con una realtà fisica: i barili in più promessi non possono essere imbarcati. E finché Trump manterrà la pressione militare e diplomatica su Teheran, e finché quest’ultima risponderà con il blocco del traffico marittimo, il mercato resterà in apnea. L’aumento della produzione, insomma, è un gesto di ordinaria amministrazione che non scalfisce il problema di fondo. E il prezzo sopra i 113 dollari lo dimostra senza bisogno di commenti.

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