La notte del Constellation, le parole di Jessica Moretti e le fiamme che non si spengono

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un conto alla rovescia, quello scandito dalle fiamme e dai silenzi, che a partire dall’una e ventisei del primo gennaio ha trasformato una festa in una strage. Quaranta morti e centosedici feriti sono il bilancio, ancora bruciante, di quanto accaduto nel locale Constellation di Crans-Montana, una tragedia i cui dettagli vengono ora dissezionati, minuto dopo minuto, negli uffici della procura di Sion. Dopo un interrogatorio di dieci ore, la proprietaria Jessica Maric, in arte Moretti, ha fornito la sua versione dei fatti ai magistrati del Cantone Vallese, cercando di tracciare un confine netto tra la sua condotta e il divampare dell’incendio. La sua testimonianza, attesa e cruciale, ha toccato i punti nevralgici dell’inchiesta: dalle candele che avrebbero innescato il fuoco, alle responsabilità nei controlli, fino alla controversa fuga con la cassa del bar, un episodio che aveva sollevato polemiche aspre nell’opinione pubblica.

Le candele, le prescrizioni e la catena dei comandi

«Avevo detto di tenere le candele in basso», ha dichiarato Jessica Moretti, secondo quanto riportato dagli atti, cercando in questa frase di spostare il peso della responsabilità verso i dipendenti. La sua ricostruzione, infatti, delinea un quadro in cui lei, definendosi «molto prudente», avrebbe impartito precise indicazioni ai camerieri affinché le bottiglie illuminate, usate come centrotavola, venissero posizionate con cautela. Una premura che, stando alle sue parole, non sarebbe stata rispettata. La sua deposizione prosegue poi additando altre figure: gli addetti alla sicurezza, che «dovevano controllare i documenti e le uscite», e in senso più ampio gli enti preposti, dal momento che uno dei suoi legali ha sottolineato come «l’indagine deve proseguire sul Comune». Una strategia difensiva, questa, che punta a distribuire le colpe lungo una catena di comandi e controlli falliti, nella quale la proprietaria si colloca all’inizio come un’organizzatrice attenta, non alla fine come un’imputata negligente.

La cronologia della catastrofe e il mistero della cassa

Il cuore dell’interrogatorio è stato il ripetuto scandaglio della cronologia, da quel minuto fatale in poi, attraverso video e testimonianze. In quel lavoro meticoloso, un punto particolarmente spinoso ha riguardato le immagini che avrebbero ritratto Jessica Moretti mentre si allontanava dal locale con l’incasso. Davanti ai magistrati, l’indagata ha categoricamente smentito l’episodio, fornendo una lettura diversa di quei secondi concitati. Quella che era stata interpretata come una fuga con la cassa sarebbe stata, a suo dire, una corsa per «chiamare i soccorsi». Una dichiarazione che mira non solo a cancellare un’accusa di cinismo, ma anche a ridisegnare il proprio ruolo nei momenti immediatamente successivi al disastro, dipingendolo come quello di una persona intenta ad attivare le procedure di emergenza, non a mettere in salvo il ricavato della serata.

Il peso delle indagini e le ombre sulla sicurezza

L’interrogatorio, per quanto lungo, non chiude il capitolo giudiziario ma anzi, lo alimenta con nuove dichiarazioni da verificare. Le parole della Moretti, infatti, sollevano interrogativi tecnici e procedurali di non poco conto. Se da un lato negano una condotta diretta nell’origine delle fiamme e in un arricchimento illecito durante la fuga, dall’altro aprono a questioni più ampie sui protocolli di sicurezza nei locali notturni, sulla formazione del personale e sull’effettiva applicazione delle norme antincendio. L’inchiesta, che vede sia Jessica che il marito Jacques Moretti indagati per omicidio, lesioni e incendio colposi, dovrà ora accertare la fondatezza di queste affermazioni, confrontandole con le altre prove raccolte, per stabilire dove si sia spezzato l’anello che avrebbe potuto evitare, o quantomeno limitare, una tragedia di tali dimensioni.

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