Larry Fink e l’allarme recessione: il petrolio a 150 dollari e il nodo dell’energia

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il barile che tocca quota 150 dollari non è più un’ipotesi da manuale di economia, ma il crudo perimetro di un rischio concreto, capace di trascinare l’intera economia mondiale in una fase recessiva “stark and steep”, come l’ha definita l’amministratore delegato di BlackRock. Larry Fink, alla guida del più grande gestore di asset globale con un patrimonio di 14.000 miliardi di dollari in gestione, ha tracciato uno scenario netto nel corso di un’intervista rilasciata alla BBC: se il conflitto in corso in Medio Oriente non troverà una risoluzione, e se l’Iran continuerà a rappresentare una minaccia per la stabilità energetica della regione, i prezzi del greggio potrebbero stabilizzarsi ben oltre la soglia dei cento dollari, arrivando a sfiorare quota 150. Il punto, secondo Fink, non è solo il costo immediato del carburante, ma la durata dello shock: anni di prezzi così elevati avrebbero “implicazioni profonde” per il sistema, innescando una spirale inflazionistica difficile da controllare per le banche centrali.

La fragilità dell’Europa e il nodo dello Stretto di Hormuz

A rendere il quadro ancora più teso è la geografia stessa degli scambi globali. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, è diventato il vero epicentro della crisi: la sua chiusura prolungata, conseguenza diretta delle ostilità con l’Iran, sta drenando le riserve strategiche di combustibili fossili a una velocità preoccupante. A lanciare l’allarme operativo, nelle stesse ore in cui Fink parlava di macroeconomia, è stato Wael Sawan, amministratore delegato di Shell. L’avvertimento, ripreso dal Guardian, è inequivocabile: già dal prossimo mese di aprile, l’Europa potrebbe trovarsi a fronteggiare una paralisi senza precedenti nelle forniture di diesel e benzina, con le scorte globali che si assottigliano giorno dopo giorno. Non si tratta solo di una questione di approvvigionamento industriale, ma di tenuta del tessuto economico e sociale: ogni giorno di interruzione si traduce in un aumento dei costi per i trasporti e, a cascata, per l’intera catena logistica.

L’analisi di Karen Young e i limiti delle riserve strategiche

A corroborare il pessimismo dei grandi manager arriva la voce del mondo accademico, spesso meno incline agli allarmismi ma altrettanto categorica nelle valutazioni tecniche. Karen Young, ricercatrice senior presso il Center on Global Energy Policy della Columbia University, ha messo in luce un paradosso che rischia di vanificare i tentativi di contenimento dei prezzi. Secondo l’analista, lo sblocco delle riserve strategiche di petrolio – la classica manovra d’emergenza a cui i governi ricorrono per calmierare i listini – si sta rivelando un’azione insufficiente di fronte alla portata della crisi strutturale in atto. La capacità di intervento degli Stati Uniti, per quanto ampia, non è pensata per sopperire a un blocco prolungato delle principali rotte commerciali. Young ha inoltre sottolineato come, in questo nuovo scacchiere, l’Europa rischi di subire conseguenze economiche ben più gravi rispetto ad altre economie, come la Cina, che pur essendo importatrice netta di energia può contare su rotte alternative e accordi bilaterali con i fornitori del Golfo.

Il decalogo dell’AIE: risparmio come arma di resilienza

Di fronte a questa congiuntura, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha deciso di cambiare registro, passando dalla teoria geopolitica alla pratica quotidiana. L’AIE ha diffuso un decalogo di misure concrete per ridurre i consumi di petrolio, gas e carburanti, un vademecum che, sebbene nato in risposta alla crisi delle forniture globali, contiene indicazioni valide a prescindere dal contesto di crisi. L’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato, abbassare le bollette dei cittadini, troppo esposti alle oscillazioni dei mercati internazionali; dall’altro, ridurre la dipendenza strutturale da fornitori potenzialmente instabili. Ogni litro di benzina risparmiato e ogni chilowattora in meno consumato, si legge nel rapporto, rappresentano un contributo concreto a una maggiore autonomia strategica. L’accento viene posto non solo sui grandi settori industriali, ma anche sulle abitudini domestiche e sulla mobilità individuale, in un’ottica di resilienza diffusa che non si limita a tamponare l’emergenza, ma cerca di costruire un nuovo rapporto con la risorsa energetica.

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