Mahmoud Al Sharif, fratello del giornalista ucciso a Gaza: «Anas un miliziano? È propaganda»
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Redazione Esteri
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Quando si chiede a un palestinese «di dove sei?», la risposta non indica necessariamente il luogo in cui vive, ma quello da cui la sua famiglia è stata costretta a fuggire durante la Nakba, l’esodo forzato del 1948. Mahmoud Al Sharif, fratello di Anas – il giornalista di Al Jazeera ucciso domenica scorsa in un raid israeliano insieme ad altri cinque colleghi – racconta che la loro origine è «al-Majdal, oggi parte di Ashkelon, in Israele». Una storia di radici strappate, che si intreccia con quella di un conflitto che non risparmia neppure chi cerca di documentarlo.
La guerra a Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023, si è trasformata nel conflitto più letale per i giornalisti della storia recente. Secondo i dati del progetto Costs of War della Brown University, il numero di reporter uccisi supera quello registrato in alcuni dei più sanguinosi conflitti del secolo scorso, dalla Guerra Civile Americana alle guerre in Vietnam e Afghanistan. Un dato che non lascia spazio a interpretazioni: quella in corso è una strage senza precedenti per chi fa informazione.
Anas Al Sharif, 28 anni, sposato e padre di due figli, era tra i volti più noti di Al Jazeera. L’11 agosto 2025, mentre si trovava in una tenda vicino all’ospedale Al-Shifa, è stato colpito da un attacco mirato insieme a Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Mohammed al-Khaldi, Moamen Aliwa e all’autista Mohammed Noufal. La dinamica, ricostruita attraverso fonti locali, non lascia dubbi: l’obiettivo erano loro, non un bersaglio militare.
«Lo hanno ucciso perché mostrava la carestia», afferma Mahmoud, respingendo con fermezza l’accusa – avanzata da fonti israeliane – che il fratello fosse un miliziano. «È propaganda», insiste, mentre la famiglia cerca di elaborare un lutto reso ancora più amaro dalle polemiche. Discutere se un giornalista meriti o meno di morire, del resto, è una deriva che trascende il dibattito legittimo per sfociare in qualcosa di più oscuro.
Undici anni fa, il 13 agosto 2014, un’altra tragedia aveva colpito il mondo dell’informazione: Simone Camilli, reporter dell’Associated Press, perse la vita a Beit Lahia mentre documentava un conflitto che, allora come oggi, sembrava non avere fine. La madre, anni dopo, avrebbe confessato che le inchieste del figlio le avevano «aperto gli occhi» su una realtà troppo spesso ignorata. Oggi, mentre i tribunali internazionali iniziano a esaminare le denunce per crimini di guerra, le storie di Anas e Simone si somigliano più di quanto si vorrebbe ammettere.




