Manovra, la scommessa (troppo) stretta sui ricercatori precari

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La legge di bilancio del 2025, in fase di definizione, affronta la spinosa questione del precariato negli enti di ricerca con un emendamento che prevede un finanziamento di 8,8 milioni di euro in due anni. Una cifra, che distribuita tra università statali e gli enti vigilati dal Ministero dell’Università e della Ricerca – come il Cnr, l’Infn o l’Ingv, per citarne alcuni – appare a molti osservatori come del tutto insufficiente a risolvere un problema strutturale e annoso. Il meccanismo proposto, che prevede un cofinanziamento al 50% da parte delle istituzioni beneficiarie e una riserva del 50% dei posti per i precari già in forza con contratti legati al PNRR, viene percepito come una misura parziale, destinata a creare ulteriori divisioni in un Corpo già frammentato e in forte stato di agitazione.

La piazza chiede un cambio di passo

Proprio mentre in Parlamento si discutono gli emendamenti, le proteste dei precari non si placano. Martedì 17 dicembre, infatti, la FLC CGIL e i movimenti dei lavoratori hanno organizzato un presidio a Roma, in piazza Vidoni, per rivendicare con forza risorse dedicate e un piano organico di stabilizzazioni. “Dal governo – si legge nelle motivazioni della mobilitazione – solo provvedimenti inefficaci e divisivi”, un giudizio severo che punta il dito contro una strategia considerata miope, la quale, oltre a non garantire fondi adeguati, rischia di lasciare indietro una parte significativa di chi lavora da anni con contratti a termine negli enti pubblici di ricerca.

Il caso emblematico del Consiglio Nazionale delle Ricerche

Il malcontento trova un terreno particolarmente fertile nel più grande ente di ricerca pubblico italiano, il CNR, dove le incertezze restano molte. Nonostante un percorso di stabilizzazione, avviato tra non poche difficoltà nel mese di ottobre sulla base del decreto legislativo 75 del 2017, permangono interrogativi pressanti sull’effettivo cronoprogramma per le assunzioni previste dai commi più sostanziali e sui tempi per i bandi di concorso. Una situazione di stallo che alimenta la preoccupazione di perdere, come sottolineano i sindacati, un patrimonio inestimabile di professionalità ed esperienza maturato in anni di attività, indebolendo così la competitività stessa del sistema ricerca nazionale.

Una sfida per il futuro del paese

La partita che si gioca, dunque, trascende la semplice regolarizzazione di alcuni contratti e investe direttamente la capacità dell’Italia di valorizzare il suo capitale umano nel settore scientifico. L’approccio frammentario e scarsamente finanziato della manovra corrente, stando alle critiche mosse dai diretti interessati e dalle loro rappresentanze, non sembra in grado di sostenere una vera transizione verso un sistema di ricerca più stabile e attraente. L’assenza di un investimento coraggioso, infatti, rischia di compromettere non solo le carriere individuali ma anche la qualità e la continuità della produzione scientifica, in un momento storico in cui altri paesi, a partire dagli Stati Uniti guidati dal presidente Trump, puntano con decisione sull’innovazione.

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