Il rogo di Crans-Montana, 50mila franchi alle vittime e una cooperazione giudiziaria che procede a rilento

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’inchiesta sulla strage del locale “Le Constellation” di Crans-Montana, dove nella notte di Capodanno hanno perso la vita 41 persone, di cui sei italiane, registra una timida, seppur complessa, evoluzione sul fronte dei rapporti tra la magistratura italiana e quella svizzera. Mentre il Consiglio federale ha licenziato un messaggio che prevede un contributo di solidarietà di 50mila franchi per ogni vittima, per un totale che si aggira attorno ai 7,8 milioni di franchi, la macchina delle indagini procede su due binari paralleli che faticano a convergere. La Procura di Roma, diretta da Francesco Lo Voi, che coordina un fascicolo per disastro colposo e omicidio colposo, attende ora di poter visionare gli atti raccolti dall’autorità vallesana; atto dovuto, quest’ultimo, che dovrebbe concretizzarsi nei primi giorni di marzo, quando gli inquirenti italiani torneranno a Sion per un secondo vaglio della documentazione.

La tensione diplomatica, lungi dall’essersi attenuata, trova il suo termometro in una protesta pubblica dell’ambasciata italiana in Svizzera, la quale ha lasciato intendere, attraverso un tweet, che la mancata istituzione di una squadra investigativa comune rappresenti un vulnus nella collaborazione tra Stati. Da Berna, per il tramite dell’Ufficio federale di giustizia, arrivano repliche misurate ma ferme: i funzionari elvetici, interpellati in merito all’incontro del 19 febbraio tra la procuratrice generale vallesana Béatrice Pilloud e Lo Voi, non hanno smentito il rifiuto opposto alla proposta italiana di una SIC, ma si sono trincerati dietro la riservatezza, rifiutandosi di divulgare dettagli su quanto discusso. D’altronde, come spiegato dalla stessa Pilloud, la sovranità procedurale elvetica e i vincoli del codice di procedura penale svizzero impongono che l’accesso agli atti per i magistrati romani sia filtrato da una selezione operata dai colleghi di Sion, una procedura che rischia di rallentare e complicare l’acquisizione di elementi utili al fascicolo italiano.

Parallelamente alle schermaglie giudiziarie, il fronte politico-economico prova a muoversi con misure di sostegno. La proposta federale, infatti, non si limita al contributo diretto alle famiglie delle vittime, ma prevede anche l’istituzione di una tavola rotonda e la messa a disposizione di un plafond massimo di 20 milioni di franchi per favorire eventuali soluzioni stragiudiziali. A ciò si aggiungono 8,5 milioni di franchi destinati a coprire le spese di assistenza alle vittime sostenute dal Canton Vallese. Tuttavia, queste misure, per quanto significative nell’ammontare, non incidono sul nodo centrale dell’inchiesta, ovvero la ricostruzione delle responsabilità per il rogo divampato nella notte di festa. Emergono, intanto, nuovi dettagli dalle indagini condotte in Italia: la Procura di Roma ha disposto il sequestro dei telefoni cellulari appartenuti ai ragazzi italiani presenti quella notte, nella speranza che video, foto e messaggi possano offrire una ricostruzione più chiara della dinamica e delle condizioni di sicurezza del locale, un aspetto, quest’ultimo, che gli inquirenti svizzeri non avrebbero adeguatamente approfondito sotto il profilo della prova digitale proveniente dalle vittime.

La strategia della Procura capitolina, affidata al pm Stefano Opilio, appare quindi orientata a costruire un quadro probatorio autonomo, che possa integrarsi con quello elvetico, aggirando le maglie strette della cooperazione tradizionale. Non è un mistero che gli avvocati di parte civile, in Svizzera, possano accedere all’intero fascicolo, mentre gli stessi atti potrebbero non essere utilizzabili in Italia qualora i legali degli indagati si oppongano alla loro condivisione. Da qui la necessità di una “scelta attenta” degli elementi di prova, come emerso durante il vertice di Berna, per basare su di essi una cooperazione che tutti definiscono “rafforzata”, ma che nei fatti resta condizionata da reciproche diffidenze procedurali. I magistrati italiani, dal canto loro, metteranno a disposizione gli esiti delle autopsie – non eseguite in Svizzera – e gli interrogatori dei feriti ricoverati in Italia, in un regime di reciprocità che, tuttavia, non accelera i tempi di un’indagine che richiederebbe invece sinergia e immediatezza. Le immagini della porta di servizio trovata chiusa con un chiavistello, dietro la quale furono rinvenuti diversi corpi, restano un tassello drammatico che necessita di essere incastonato in un mosaico processuale ancora frammentato.

Una rogatoria che cammina su un sentiero stretto

Il procuratore Lo Voi, al termine dell’incontro fiume durato sei ore, aveva parlato di un risultato “fruttuoso e produttivo”, sottolineando come l’obiettivo primario fosse quello di dare slancio alla cooperazione. E in effetti, un primo passo è stato compiuto: gli investigatori italiani potranno recarsi a Sion a intervalli regolari per consultare e acquisire quella selezione di atti che gli inquirenti svizzeri riterranno di condividere. Ma si tratta di un meccanismo ben lontano dalla squadra investigativa comune invocata dalla politica, che avrebbe permesso ai pm di Roma di partecipare attivamente agli accertamenti in territorio elvetico. La stessa procuratrice Pilloud ha voluto ribadire i paletti imposti dalla legislazione nazionale, quasi a voler circoscrivere l’entusiasmo italiano. Nel frattempo, le indagini vanno avanti anche sul fronte dei risvolti economici e assicurativi, con il Consiglio federale che ha blindato il pacchetto di aiuti, cercando di rispondere alle esigenze immediate dei familiari, in attesa che la giustizia faccia il suo corso, un corso che appare ancora in salita e irto di ostacoli burocratici.

Il nodo della sicurezza e le immagini choc dell’uscita di sicurezza

Mentre la diplomazia tenta di ricucire lo strappo e la macchina della solidarietà si mette in moto, l’inchiesta tecnica continua a fornire elementi agghiaccianti. Le fotografie scattate dalla polizia cantonale nelle ore immediatamente successive alla tragedia, e ora acquisite agli atti, mostrano senza infingimenti la furia del rogo e, soprattutto, il drammatico dettaglio della porta di servizio bloccata da un chiavistello. Un’immagine, quella del varco ostruito, che potrebbe diventare centrale nel giudizio di responsabilità, poiché suggerisce l’ipotesi che molte delle vittime, ivi compresi i giovanissimi italiani, siano rimaste intrappolate a causa dell’impossibilità di utilizzare quella che doveva essere una via di fuga. Su questo punto, le dichiarazioni del proprietario del locale, il quale ha riferito che l’impianto di ventilazione non sarebbe mai stato controllato dalle autorità municipali, aggiungono un ulteriore tassello a un quadro di presunte negligenze che gli inquirenti italiani intendono approfondire, forti anche dei dati estratti dai cellulari sequestrati, nella speranza che qualche filmato amatoriale possa immortalare le condizioni del locale e l’atteggiamento del personale nei concitati momenti precedenti il disastro.

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