Il Board of peace si riunisce a Washington, l’Italia ci sarà come osservatore tra le polemiche

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Domani a Washington si terrà la riunione inaugurale del Board of Peace, l’organismo internazionale voluto da Donald Trump per sovrintendere, almeno sulla carta, all’implementazione del piano di pace per Gaza e, potenzialmente, per allargare il proprio raggio d’azione ad altre crisi globali. Il luogo scelto per l’incontro è già di per sé un’indicazione precisa della natura politica dell’iniziativa: si tratta dello United States Institute of Peace, l’ente fondato nel 1984 da Ronald Reagan con l’obiettivo di promuovere la pace in modo bipartisan, ma che da poche settimane è stato ribattezzato “Donald J. Trump Institute of Peace”, un atto di intestazione personale che ha seguito il sostanziale smantellamento dell’agenzia da parte dell’amministrazione repubblicana e che è al centro di un contenzioso legale ancora aperto -2-6. Saranno ventisette i Paesi presenti, ma l’adesione piena, quella che richiede un contributo economico sostanzioso, pare essere stata raccolta solo da una manciata di governi, tra cui spiccano Ungheria e Bulgaria come unici rappresentanti dell’Unione europea, insieme ad Argentina, Turchia e Bielorussia, una composizione che solleva piú di un interrogativo sulla reale fisionomia del consesso -1-5-7.

L’Italia parteciperà alla riunione, ma lo farà con lo status di osservatore, una formula che il governo guidato da Giorgia Meloni ha cercato di presentare come un equilibrio virtuoso tra la volontà di non restare esclusa da un tavolo che discute del futuro di Gaza e la necessità di non esporsi in prima persona in un’iniziativa che molti alleati europei, dalla Francia alla Germania, hanno preferito evitare. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani sarà a Washington per rappresentare il Paese, una scelta calibrata per non sovradimensionare la presenza italiana – si era valutata anche l’ipotesi di un inviato diplomatico – e per rispondere alle pressioni della Casa Bianca che, da quanto si apprende, non avrebbe gradito un passo indietro dell’esecutivo -8. La decisione è maturata al termine di un vertice di maggioranza e in parallelo con le mosse di altri partner come Cipro, che detiene la presidenza di turno del Consiglio Ue, e la Romania, mentre l’Unione Europea ha fatto sapere di voler inviare la commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica, precisando con una certa cautela che non si tratterà di una partecipazione in qualità di membro osservatore, ma di una presenza finalizzata esclusivamente alle discussioni su Gaza -7-8.

Il dibattito politico interno, intanto, si è infiammato. Alla Camera, durante le comunicazioni del ministro Tajani, le opposizioni si sono presentate in modo insolitamente compatto nel condannare la scelta del governo. Pd, Movimento 5 Stelle, Avs, Italia Viva, +Europa e Azione hanno firmato una risoluzione comune in cui si chiedeva all’esecutivo di non legittimare, “in qualunque forma”, un organismo ritenuto lesivo dei principi costituzionali italiani e del diritto internazionale, in particolare per la sua natura piramidale che vede in Trump il presidente con potere di veto e per l’esclusione di qualsiasi rappresentanza palestinese -4-8. La replica del ministro Tajani, che ha rivendicato la coerenza di una linea volta a “essere protagonisti” pur da osservatori, non ha placato le critiche, alimentate anche dalle voci che giungono da Bruxelles dove i socialisti europei hanno chiesto alla Commissione maggiore trasparenza sul mandato della propria rappresentanza -4.

Le adesioni e le defezioni nel panorama internazionale

Osservando lo schieramento dei Paesi che hanno raccolto l’invito di Trump, emerge una geografia politica complessa e per certi versi paradossale. Dei 62 leader mondiali a cui è stata recapitata la lettera di invito, meno della metà ha formalizzato l’adesione, e tra questi solo due sono membri del G20, a testimonianza di una certa ritrosia da parte delle potenze tradizionali -1. La Francia di Emmanuel Macron, che pure aveva inizialmente mostrato cautela, ha opposto un netto rifiuto, salvo poi subire una ritorsione commerciale sotto forma di dazi al duecento per cento su vini e champagne, un segnale chiaro di come la Casa Bianca intenda interpretare le adesioni al Board. Anche Regno Unito, Canada, Germania e Spagna hanno declinato l’invito, mentre Mosca osserva prudentemente senza impegnarsi -1-7. La struttura del Board, con la sua clausola che prevede un contributo di un miliardo di dollari per i membri effettivi oltre i primi tre anni, ha portato molti osservatori a definirlo una sorta di club esclusivo, una versione globale della corte di Mar-a-Lago dove l’accesso è consentito solo a chi è disposto a pagare un prezzo molto alto -1-5.

Le dinamiche interne e il ruolo dei partner mediorientali

Se a Washington si discuterà di governance e ricostruzione di Gaza, non mancano le tensioni latenti tra i partecipanti. Benjamin Netanyahu, che pure ha firmato la lettera di adesione a quanto si dice su pressione diretta di Trump, ha rinunciato a partecipare di persona all’incontro, delegando il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar per non doversi trovare nella situazione di stringere la mano all’inviato turco o a quello del Qatar, Paesi la cui presenza nel Board è stata definita da Israele come una “linea rossa” -9. La scelta di includere Ankara e Doha, insieme alla presenza di figure come Tony Blair e Jared Kushner nel comitato esecutivo, delinea un quadro in cui gli interessi economici e le alleanze regionali si intrecciano in modo inestricabile con la gestione della crisi umanitaria -1. E mentre i leader si preparano a riunirsi, restano sul campo i nodi irrisolti: l’esercito israeliano continua a bloccare l’ingresso del comitato tecnico palestinese incaricato della ricostruzione, gettando ombre sulla concreta applicabilità di qualsiasi piano venga discusso nella sede dell’ex Istituto per la Pace, oggi occupato e conteso in tribunale -9-10.

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